martedì 5 aprile 2005
lunedì 4 aprile 2005
Si dice barista, non bartender
Quest’idea della dignità estrema del lavoratore umile, dell’eroicismo di tutti i giorni, questa saga dell’operaio con quattro figli nullafacenti a carico, queste storie da rotocalco da barbiere, hanno sì trasmesso una concezione (che decontestualizzata può anche avere una valenza positiva) dell’ “accontentarsi è meglio”, del “la vera impresa è tirare dare avanti lavorando con dignità” ma in maniera esasperata ed impropria. Più che dare voce a persone meritevoli è finita per fornire un alibi, una scusa per chi non ci vuole neanche provare. Da generazioni.
Mi accorgo però che, fatta eccezione per i fruitori precoci di questa ideologia della mediocrità, reale o apparente che sia, i cosiddetti “giovani” non se la “bevono”.
“Tu ci trovi dignità a stare in poltrona, con la pantofola, lo spaghetto pronto e Bonolis, giustificato e beato dalla consapevolezza di aver lavorato tutto il giorno? Beh io no, caro papi, con la dignità non ci compro una sega e me ne vado al Gioia a spendere quelle due lire fradice di sudore che da operaio quale sei hai portato a casa.”
Ed è qui che si perde l’unico scampolo di idea valida della filosofia del “povero è bello”: la dignità del lavoro. O meglio, la vergogna del lavoro. Si parla ovviamente di lavori semplici. Pochi si vergognano di fare i direttori finanziari.
Ho assistito inorridito allo sfogo di un amico barista (in quanto proprietario del locale) che mi raccontava come oggi sia impossibile trovare ragazze di aspetto decente per servire ai tavoli. Si vergognano. È degradante. Lo fanno per una settimana e poi chiedono di essere messe dietro al banco. Icone, ruoli dettati da campagne di comunicazione devianti e criminali. Ammiccanti ragazze o muscolosi fantocci che fanno roteare bottiglie di superalcolici sopra la testa con la velocità con cui fanno roteare i coglioni. E di colpo non sei più barista, sei BARTENDER. Una sorta di superpippo del bar dello sport. Ti senti subito nobilitato, non degradato e imprigionato dalla terminologia della nostra vetusta ed insulsa lingua, non barista ma bartender. E di colpo non ti vergogni più di servire da bere alle persone. Perché questa è la base del problema: servire gli altri, è stargli sotto, è essere da meno. Questa profonda incomprensione, deformazione, cela malamente le radici di un paese ancora impregnato dell’odore della terra. Un paese basato sul primario e sul secondario, al quale la logica del servizio è aliena. Fornire un servizio è sottomissione. Io a te non ti porto da bere al tavolo te lo vieni a prendere al bar. Da me che sono il bartender e intanto faccio anche il mio spettacolino.
Forse, se cominciamo a chiamarle WAITRESS anziché “cameriera”, fuggiranno in branco dai loro corsi fasulli di design, dai posti di HOSTESS alle fiere (dove si sentono nobilitate dal gesto di fare presenza) e correranno verso il bar più vicino. E le cose torneranno ad avere senso. Per alcuni.
Il Deboscio
Mi accorgo però che, fatta eccezione per i fruitori precoci di questa ideologia della mediocrità, reale o apparente che sia, i cosiddetti “giovani” non se la “bevono”.
“Tu ci trovi dignità a stare in poltrona, con la pantofola, lo spaghetto pronto e Bonolis, giustificato e beato dalla consapevolezza di aver lavorato tutto il giorno? Beh io no, caro papi, con la dignità non ci compro una sega e me ne vado al Gioia a spendere quelle due lire fradice di sudore che da operaio quale sei hai portato a casa.”
Ed è qui che si perde l’unico scampolo di idea valida della filosofia del “povero è bello”: la dignità del lavoro. O meglio, la vergogna del lavoro. Si parla ovviamente di lavori semplici. Pochi si vergognano di fare i direttori finanziari.
Ho assistito inorridito allo sfogo di un amico barista (in quanto proprietario del locale) che mi raccontava come oggi sia impossibile trovare ragazze di aspetto decente per servire ai tavoli. Si vergognano. È degradante. Lo fanno per una settimana e poi chiedono di essere messe dietro al banco. Icone, ruoli dettati da campagne di comunicazione devianti e criminali. Ammiccanti ragazze o muscolosi fantocci che fanno roteare bottiglie di superalcolici sopra la testa con la velocità con cui fanno roteare i coglioni. E di colpo non sei più barista, sei BARTENDER. Una sorta di superpippo del bar dello sport. Ti senti subito nobilitato, non degradato e imprigionato dalla terminologia della nostra vetusta ed insulsa lingua, non barista ma bartender. E di colpo non ti vergogni più di servire da bere alle persone. Perché questa è la base del problema: servire gli altri, è stargli sotto, è essere da meno. Questa profonda incomprensione, deformazione, cela malamente le radici di un paese ancora impregnato dell’odore della terra. Un paese basato sul primario e sul secondario, al quale la logica del servizio è aliena. Fornire un servizio è sottomissione. Io a te non ti porto da bere al tavolo te lo vieni a prendere al bar. Da me che sono il bartender e intanto faccio anche il mio spettacolino.
Forse, se cominciamo a chiamarle WAITRESS anziché “cameriera”, fuggiranno in branco dai loro corsi fasulli di design, dai posti di HOSTESS alle fiere (dove si sentono nobilitate dal gesto di fare presenza) e correranno verso il bar più vicino. E le cose torneranno ad avere senso. Per alcuni.
Il Deboscio
domenica 3 aprile 2005
sabato 2 aprile 2005
Il bisogno di credere
Il Papa sta morendo.
Il senso della sua esistenza e della sua morte trascende quello che rappresentava per la Chiesa, in quanto simbolo diretto per milioni di persone, non solo della religione cattolica.
L'esistenza dell'uomo è tesa ad avere un senso.
Il piacere richiede sempre nuovo piacere, il potere sempre nuovo potere, la felicità mentre la si insegue ce ne si allontana.
La fede invece dà conforto, perché è un obiettivo in cui impegnare tutta la propria vita, e che prevede che le attese non possano essere deluse: gli amori e il potere finiscono nel corso della nostra vita, mentre la fede ha la sua realizzazione oltre il nostro orizzonte.
Per questo, l'importante è credere.
Solo che credere è difficile, e allora è fondamentale qualcuno che sostenga l'illusione, che dia una presenza visibile dell'intangibile: il Papa aiutava e incitava a credere, perché nemmeno importa quale sia la religione, e infatti è stato il primo Papa a visitare sinagoghe e moschee (in questo il suo essere simbolo aldilà delle confessioni).
Rientrando a casa, trovarono in fondo alla scala, sotto la Madonna, Marcel in ginocchio, che pregava fervidamente.
"Che idiota", disse Bouvard.
"Perchè? Forse sta vedendo cose che tu gli invidieresti, se potessi vederle. Che importa ciò a cui si crede! La cosa principale è credere". Tali furono, alle osservazioni di Bouvard, le obiezioni di Pécuchet.
Il senso della sua esistenza e della sua morte trascende quello che rappresentava per la Chiesa, in quanto simbolo diretto per milioni di persone, non solo della religione cattolica.
L'esistenza dell'uomo è tesa ad avere un senso.
Il piacere richiede sempre nuovo piacere, il potere sempre nuovo potere, la felicità mentre la si insegue ce ne si allontana.
La fede invece dà conforto, perché è un obiettivo in cui impegnare tutta la propria vita, e che prevede che le attese non possano essere deluse: gli amori e il potere finiscono nel corso della nostra vita, mentre la fede ha la sua realizzazione oltre il nostro orizzonte.
Per questo, l'importante è credere.
Solo che credere è difficile, e allora è fondamentale qualcuno che sostenga l'illusione, che dia una presenza visibile dell'intangibile: il Papa aiutava e incitava a credere, perché nemmeno importa quale sia la religione, e infatti è stato il primo Papa a visitare sinagoghe e moschee (in questo il suo essere simbolo aldilà delle confessioni).
Rientrando a casa, trovarono in fondo alla scala, sotto la Madonna, Marcel in ginocchio, che pregava fervidamente.
"Che idiota", disse Bouvard.
"Perchè? Forse sta vedendo cose che tu gli invidieresti, se potessi vederle. Che importa ciò a cui si crede! La cosa principale è credere". Tali furono, alle osservazioni di Bouvard, le obiezioni di Pécuchet.
lunedì 28 marzo 2005
giovedì 24 marzo 2005
lunedì 21 marzo 2005
Love bugs
E: - Grazie che mi hai portato il miele! Questo miele è dolce come te.
A: - Allora ci saranno ancora dentro le api.
A: - Allora ci saranno ancora dentro le api.
lunedì 28 febbraio 2005
Solo l’essere amati, solo l’essere voluti conta: non l'amare, non il volere
Solo l’essere amati, solo l’essere
voluti conta: non l’amare, non
il volere. Mio zio si è suicidato
perché aveva investito tutti i suoi
risparmi (trent’anni da elettricista
dentro una fabbrica di alimentari,
la Chiari & Forti di Silea, TV)
in un’operazione finanziaria
che acquisiva terreni in Romania.
(Il primo supermercato di Bucarest
è stato aperto dai soldi italiani).
Mio zio era sindacalista cattolico,
scapolo, in casa badava a mia nonna
(cioè sua madre), nella campagna veneta.
Spesso le tragedie in Veneto tendono al
patetico. Qualcuno si ricorda
di Giorgio Mendella? Quell’uomo brutto
che si vedeva di notte in tivù,
tra un canale di fighe e uno di tette?
Vendeva la Romania agli italiani,
trionfava nelle convention (Viareggio,
millenovecentonovantatre).
Ai suoi telespettatori notturni
prometteva di guadagnare molto.
Di recente è stato assolto dal reato
di associazione a delinquere. Gli
è stato considerato prescritto
il reato di truffa aggravata e
continuata. È stato condannato per
la bancarotta fraudolenta della
holding finanziaria Intermercato. È
latitante. Mio zio mi ha domandato
“se mi aiuti a scrostare via la ruggine”
dalla rete di recinzione. “Zio!
Non ti sembra ora di cambiarla? È
marcia!” Quando l’abbiamo ritrovato
nella Fiat Ritmo, è risultato chiaro
che non aveva più una lira per
cambiare né la rete né la vita.
(A proposito, sconsiglio chiunque
di suicidarsi con i gas di scarico:
la faccia ti diventa una bistecca
metà cotta e metà cruda, perché
il sangue tenta di scappare da
un corpo che sta morendo asfissiato,
e si raggruma tutto in una guancia,
calca dentro un occhio, lo fa scoppiare).
Mio zio è stato ucciso dalla tivù.
La televisione gli ha chiesto soldi,
lui le ha dato anche la vita. Perciò
io la capisco quella casalinga
che a cinquant’anni ha fatto la puttana
per pagare i debiti a Vanna Marchi e al
maestro di vita do Nascimiento
(la tivù ti dà i numeri del lotto,
sa come liberarti dal malocchio,
ma soprattutto riesce a farti andare
di notte a spompinare per le strade).
Capisco gli elettori del padrone
di mezza Italia, perché nella vita
l’unica cosa che conta è incappare
in qualcuno che voglia la tua vita.
Silvio Berlusconi mi vuole, mi ama,
mi fa sentire che ho anch’io qualche cosa
da dargli, che a lui risulta gradito!
La mafia, il Papa, la televisione,
la Ferrari, gli industriali del Nord,
la pubblicità, il campionato, il festival
di Sanremo si accaparrano me.
Il potere mi vuole! Vuole me!
Solo la vita spesso non mi vuole.
Non si vive se nessuno ti vuole.
Mi volete forse voi comunisti?
Mi volete forse voi democratici
di sinistra? Mi bramate con tutte
le vostre forze come mi dimostra
(con mille prove d’amore fedele)
di bramarmi il mio dolce Berlusconi?
Sono la Romania dopo la fine
dell’impero sovietico. È bellissimo
che arrivino finanziamenti esteri,
è commovente sentirsi contesi.
È luminoso, è nuovissimo questo
supermercato aperto nel mio cuore.
Tiziano Scarpa, Il capitalismo straniero
voluti conta: non l’amare, non
il volere. Mio zio si è suicidato
perché aveva investito tutti i suoi
risparmi (trent’anni da elettricista
dentro una fabbrica di alimentari,
la Chiari & Forti di Silea, TV)
in un’operazione finanziaria
che acquisiva terreni in Romania.
(Il primo supermercato di Bucarest
è stato aperto dai soldi italiani).
Mio zio era sindacalista cattolico,
scapolo, in casa badava a mia nonna
(cioè sua madre), nella campagna veneta.
Spesso le tragedie in Veneto tendono al
patetico. Qualcuno si ricorda
di Giorgio Mendella? Quell’uomo brutto
che si vedeva di notte in tivù,
tra un canale di fighe e uno di tette?
Vendeva la Romania agli italiani,
trionfava nelle convention (Viareggio,
millenovecentonovantatre).
Ai suoi telespettatori notturni
prometteva di guadagnare molto.
Di recente è stato assolto dal reato
di associazione a delinquere. Gli
è stato considerato prescritto
il reato di truffa aggravata e
continuata. È stato condannato per
la bancarotta fraudolenta della
holding finanziaria Intermercato. È
latitante. Mio zio mi ha domandato
“se mi aiuti a scrostare via la ruggine”
dalla rete di recinzione. “Zio!
Non ti sembra ora di cambiarla? È
marcia!” Quando l’abbiamo ritrovato
nella Fiat Ritmo, è risultato chiaro
che non aveva più una lira per
cambiare né la rete né la vita.
(A proposito, sconsiglio chiunque
di suicidarsi con i gas di scarico:
la faccia ti diventa una bistecca
metà cotta e metà cruda, perché
il sangue tenta di scappare da
un corpo che sta morendo asfissiato,
e si raggruma tutto in una guancia,
calca dentro un occhio, lo fa scoppiare).
Mio zio è stato ucciso dalla tivù.
La televisione gli ha chiesto soldi,
lui le ha dato anche la vita. Perciò
io la capisco quella casalinga
che a cinquant’anni ha fatto la puttana
per pagare i debiti a Vanna Marchi e al
maestro di vita do Nascimiento
(la tivù ti dà i numeri del lotto,
sa come liberarti dal malocchio,
ma soprattutto riesce a farti andare
di notte a spompinare per le strade).
Capisco gli elettori del padrone
di mezza Italia, perché nella vita
l’unica cosa che conta è incappare
in qualcuno che voglia la tua vita.
Silvio Berlusconi mi vuole, mi ama,
mi fa sentire che ho anch’io qualche cosa
da dargli, che a lui risulta gradito!
La mafia, il Papa, la televisione,
la Ferrari, gli industriali del Nord,
la pubblicità, il campionato, il festival
di Sanremo si accaparrano me.
Il potere mi vuole! Vuole me!
Solo la vita spesso non mi vuole.
Non si vive se nessuno ti vuole.
Mi volete forse voi comunisti?
Mi volete forse voi democratici
di sinistra? Mi bramate con tutte
le vostre forze come mi dimostra
(con mille prove d’amore fedele)
di bramarmi il mio dolce Berlusconi?
Sono la Romania dopo la fine
dell’impero sovietico. È bellissimo
che arrivino finanziamenti esteri,
è commovente sentirsi contesi.
È luminoso, è nuovissimo questo
supermercato aperto nel mio cuore.
Tiziano Scarpa, Il capitalismo straniero
domenica 27 febbraio 2005
Casablanca 800€, 20 min., 5 p.
Casablanca: 800€ in 20minuti in 5persone.
Pr tra l'omosessuale e il cocainomane, ragazze che "non sai che chic è troppo fashion", buttafuori con il metaldetector dopo aver fatto selezione all'ingresso.
Ragazzine vestite da donna totalmente depilate, forse così di natura.
Vestiari sciatti, maglie Cavalli ecc ecc, mancavano jeans Richmond indossati con i tacchi e la frittata era fatta.
Per sfregio contro quella gente ho rotto una bottiglia di pampero 7anni sui divanetti.
from Deboscio forum
PS: sul dammela al Casablanca
Pr tra l'omosessuale e il cocainomane, ragazze che "non sai che chic è troppo fashion", buttafuori con il metaldetector dopo aver fatto selezione all'ingresso.
Ragazzine vestite da donna totalmente depilate, forse così di natura.
Vestiari sciatti, maglie Cavalli ecc ecc, mancavano jeans Richmond indossati con i tacchi e la frittata era fatta.
Per sfregio contro quella gente ho rotto una bottiglia di pampero 7anni sui divanetti.
from Deboscio forum
PS: sul dammela al Casablanca
sabato 26 febbraio 2005
giovedì 24 febbraio 2005
Ma il cielo è sempre più blu
Ma il cielo è sempre più blu è un'antologia della poesia italiana, di un ieri che è oggi.
Lello Voce e Aldo Nove non sono riusciti a farla pubblicare, per cui hanno deciso di renderla scaricabile online copyleft.
Non è sempre bella da leggere (ci sono Labranca e Scarpa, c'è la Genti, il sublime Raimo già letto su e-blog, ma c'è purtroppo anche Frankie Hi Nrg), però è proprio quello che intende essere, una fotografia del presente italiano.
Divertente l'ultimo capitolo, sui sogni, da compilarsi a cura del lettore, perché nemmeno i poeti possono sognare i vostri stessi sogni.
Lello Voce e Aldo Nove non sono riusciti a farla pubblicare, per cui hanno deciso di renderla scaricabile online copyleft.
Non è sempre bella da leggere (ci sono Labranca e Scarpa, c'è la Genti, il sublime Raimo già letto su e-blog, ma c'è purtroppo anche Frankie Hi Nrg), però è proprio quello che intende essere, una fotografia del presente italiano.
Divertente l'ultimo capitolo, sui sogni, da compilarsi a cura del lettore, perché nemmeno i poeti possono sognare i vostri stessi sogni.
mercoledì 23 febbraio 2005
martedì 22 febbraio 2005
quella è la vita
sì va beh, però non ti compri la lamborghini, ma al limite neanche un proiettore barco per vederti stalker.
e neanche un impianto a valvole come si deve per sentire il 4'33".
e nemmeno le opere complete di artaud (gallimard) in un pomeriggio insieme a 4 paia di church's e 8 cd di Arvo Part senza sfondare il tetto della carta.
quella è la vita.
Quello è ciò che intendo.
Altrimenti è la catena di montaggio, altrimenti davvero è meglio morire giù dalla tromba delle scale.
io dico, o quello o la tromba.

poi è chiaro che non ti ammazzi perchè devi dare da mangiare al gatto, che ti guarda e non capisce.
che ne sa il gatto del concettuale ?
ma ha ragione lui
Ildeboscio
e neanche un impianto a valvole come si deve per sentire il 4'33".
e nemmeno le opere complete di artaud (gallimard) in un pomeriggio insieme a 4 paia di church's e 8 cd di Arvo Part senza sfondare il tetto della carta.
quella è la vita.
Quello è ciò che intendo.
Altrimenti è la catena di montaggio, altrimenti davvero è meglio morire giù dalla tromba delle scale.
io dico, o quello o la tromba.

poi è chiaro che non ti ammazzi perchè devi dare da mangiare al gatto, che ti guarda e non capisce.
che ne sa il gatto del concettuale ?
ma ha ragione lui
Ildeboscio
venerdì 18 febbraio 2005
giovedì 17 febbraio 2005
Contemporaneità

Adoro questa foto, perché c'è tutto: questi anni '00, l'ultima giovinezza, l'eccitata e fremente voglia di arrivare, il timore di non farcela, l'ansia di essere sempre al meglio di chi ce l'ha fatta, l'invidia di chi si trova ai margini, l'amore che non ha ragione né mai ce l'avrà, la corporeità dell'esistenza e l'astrattezza del sentimento, l'ordine e il caos.
Lo Ying-Yiang della contemporaneità.
lunedì 14 febbraio 2005
domenica 13 febbraio 2005
domenica 6 febbraio 2005
Le sottili ali di una farfalla
Omero duemila anni fa scriveva molto meglio di me, senza avere un blog né un pc.
E Virgilio scrisse l'Eneide che era l'emulazione fallita dell'Iliade, e manco sapeva cos'era il trash (1).
Oppure vedo i filmati di Mexico '70 e mi sembra che siano lentissimi a giocare, oppure come sia stato possibile che mio nonno non abbia comprato terreni intorno a Milano, che era evidente che si sarebbero rivalutati, e se lo avesse fatto ora starei qui a godermi i suoi soldi. E un giorno me lo dirà mio nipote, perché ancora intorno a Milano ci sono terreni, e ce ne saranno fino a quando Milano sarà la periferia di Berlino, e Torino di Milano.
E nel corso di una stessa vita, riguardandosi indietro, ci si chiede come mai non si sia riusciti a conquistare lei, proprio lei che ci piaceva, tra tutte le altre. Lei che comunque è poi uscita con altri migliori di noi, ma anche altri peggiori di noi, e perlopiù altri come noi, ma non noi.
Ma in ogni trattativa, per poter ottenere ciò che vogliamo dobbiamo poter dare l'idea che ci potremmo rinunciare, e a lei non potevamo rinunciare, per cui proprio con lei abbiamo sbagliato e l'abbiamo persa.
Invecchiare è aver sempre meno tempo / sempre meno possibilità di fare sbagli, come la farfalla che avanza sulla trappola di carta collosa nel tentativo di sollevarsi, ora con una ora con l'altra zampa, e più rimane invischiata.
Eppure sembra così sottile la distanza tra chi ce l'ha fatta e noi, la fragilità delle ali di quella farfalla, infinitamente più fragili, ma di fronte all'infinito fragili allo stesso modo di una spina dorsale che a un semplice scontro in auto si spezza oppure no, e tu rimani paralizzato oppure no.
Dalle stelle che ancora brillano seppur già spente (ma il ritardo è tale che ancora arriva la luce) tutto è così indistinto, e all'interno di uno stesso ufficio è così difficile distinguere l'armonica logica geometrica di un bilancio a regola d'arte e un semplice elenco di numeri disposti nello stesso ordine che però non danno nessun risultato: muri insormontabili come battiti d'ali di farfalle che generano il caos di tsunami, male per gli uomini ma in realtà un semplice passaggio negli avvicinamenti e separazioni della Terra, e l’enorme differenza è soltanto una labile differenza di punti di vista. (2)
Ma tutta questa perfetta percezione della teoria della relatività non aiuta per niente quando la verità alla velocità della luce trafigge te e non qualcun'altro.
La vita è ingiusta perché non sono gli uomini il suo parametro di giustizia. (3)
(1) L'Eneide è una versione trash di un poema epico. Roma non aveva un poema che la celebrasse, come l'Iliade o l'Odissea, così il compito di scriverlo fu affidato a Virgilio.
TOMMASO LABRANCA, Elogio delle brutte copie Gioia nr. 5 dell'8 febbraio 2005
(2) FERNANDO SAVATER, Lo Tsunami è cattivo solo per noi uomini, La Stampa del 5 febbraio 2005, pag. 26
(3) NEIL GAIMAN, The Sandman.
E Virgilio scrisse l'Eneide che era l'emulazione fallita dell'Iliade, e manco sapeva cos'era il trash (1).
Oppure vedo i filmati di Mexico '70 e mi sembra che siano lentissimi a giocare, oppure come sia stato possibile che mio nonno non abbia comprato terreni intorno a Milano, che era evidente che si sarebbero rivalutati, e se lo avesse fatto ora starei qui a godermi i suoi soldi. E un giorno me lo dirà mio nipote, perché ancora intorno a Milano ci sono terreni, e ce ne saranno fino a quando Milano sarà la periferia di Berlino, e Torino di Milano.
E nel corso di una stessa vita, riguardandosi indietro, ci si chiede come mai non si sia riusciti a conquistare lei, proprio lei che ci piaceva, tra tutte le altre. Lei che comunque è poi uscita con altri migliori di noi, ma anche altri peggiori di noi, e perlopiù altri come noi, ma non noi.
Ma in ogni trattativa, per poter ottenere ciò che vogliamo dobbiamo poter dare l'idea che ci potremmo rinunciare, e a lei non potevamo rinunciare, per cui proprio con lei abbiamo sbagliato e l'abbiamo persa.
Invecchiare è aver sempre meno tempo / sempre meno possibilità di fare sbagli, come la farfalla che avanza sulla trappola di carta collosa nel tentativo di sollevarsi, ora con una ora con l'altra zampa, e più rimane invischiata.
Eppure sembra così sottile la distanza tra chi ce l'ha fatta e noi, la fragilità delle ali di quella farfalla, infinitamente più fragili, ma di fronte all'infinito fragili allo stesso modo di una spina dorsale che a un semplice scontro in auto si spezza oppure no, e tu rimani paralizzato oppure no.
Dalle stelle che ancora brillano seppur già spente (ma il ritardo è tale che ancora arriva la luce) tutto è così indistinto, e all'interno di uno stesso ufficio è così difficile distinguere l'armonica logica geometrica di un bilancio a regola d'arte e un semplice elenco di numeri disposti nello stesso ordine che però non danno nessun risultato: muri insormontabili come battiti d'ali di farfalle che generano il caos di tsunami, male per gli uomini ma in realtà un semplice passaggio negli avvicinamenti e separazioni della Terra, e l’enorme differenza è soltanto una labile differenza di punti di vista. (2)
Ma tutta questa perfetta percezione della teoria della relatività non aiuta per niente quando la verità alla velocità della luce trafigge te e non qualcun'altro.
La vita è ingiusta perché non sono gli uomini il suo parametro di giustizia. (3)
(1) L'Eneide è una versione trash di un poema epico. Roma non aveva un poema che la celebrasse, come l'Iliade o l'Odissea, così il compito di scriverlo fu affidato a Virgilio.
TOMMASO LABRANCA, Elogio delle brutte copie Gioia nr. 5 dell'8 febbraio 2005
(2) FERNANDO SAVATER, Lo Tsunami è cattivo solo per noi uomini, La Stampa del 5 febbraio 2005, pag. 26
(3) NEIL GAIMAN, The Sandman.
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