dopo i sublimi intarsi di dribbling al salera,
ora sulla blogosfera,
allepreseconunverdeblog
domenica 5 marzo 2006
sabato 4 marzo 2006
il buon gusto colpito da un meteorite

l'installazione + scandalosa di cattelan
le signore del mio palazzo
venerdì 3 marzo 2006
L'utente del forum del deboscio
Ho 22 anni, studio economia ed effettivamente me la passo bene. I miei sono entrambi avvocati, ma non ho voluto seguire le loro orme perché non mi va di essere bollato per sempre come “il figlio di”. Non mi fanno mancare nulla: auto, vestiti, svaghi… e nonostante spesso mi si consideri un ragazzo viziato, in realtà io so di meritare tutto ciò: sono perfettamente in corso, aiuto in casa, curo talvolta anche i bilanci dello studio dei miei. Non come alcuni dei miei amici che girano col mio stesso rolex oyster (regalatomi per il mio primo 30) senza però aver dato nemmeno un esame. Li odio, non so come facciano a non sentirsi in colpa. Ricordo un anno in cui non festeggiai il mio compleanno perché fui bocciato ad economia aziendale. Ma la colpa fu mia. Si perché io non sono uno di quei tipi che frignano additando l’assistente come “lo stronzo” ognivolta che l’esame va a cazzo. E’ sempre colpa tua, il caso non c’entra mai. L’università è fondamentale: prendere una laurea ti fa guardare le cose da una prospettiva più completa. Questo lo so perché i miei me lo hanno insegnato: loro sono partiti da zero, e io mi ritengo fortunato. Sono un tipo molto sveglio, ho miliardi di interessi, credo di essere l’unico nella mia città che suona Heavy Metal, legge Schopenauer e ama fare clubbing. Il tutto con il mio stile: so benissimo come presentarmi in ogni situazione: in disco sempre in tiro ma con discrezione; vesto di qualità, ma quella qualità che solo in pochi possono percepire (ad esempio tengo sempre sbottonato l’ultimo bottone del polsino della mia giacca su misura). Se la comitiva (e io di comitive ne giro parecchie, dai figli dei parlamentari a i figli dei fruttivendoli, perché bisogna parlare con tutti ma non dare confidenza a nessuno) è più modesta cerco di non dare nell’occhio, ma serbo sempre quel dettaglio che chi vuole può cogliere. Gli abiti, le scarpe, l’orologio sono una divisa per un uomo: non bisogna mai sentirsi inferiori. Tutt’al più in casi estremi bisogna comunque dimostrare una certa dignità. Non puoi in ogni caso stonare con l’ambiente che ti circonda. Vivo non proprio al centro, ma non è il quartiere che fa l’uomo.
Il deboscio l’ho conosciuto per caso, per le magliette. Ero dal parrucchiere e ti vedo su Max (che leggo solo lì, beninteso) questi ragazzi quasi miei coetanei che proponevano assieme alle magliette anche una filosofia di vita che è perfettamente in linea con la mia. Cioè quasi, perché effettivamente alcuni aspetti della mia vita erano un po’ poveri. Adesso leggendo il sito, i loro libri e frequentando il forum credo di aver capito perfettamente il loro pensiero e sono intervenuto su di essi. L’altro giorno volevo comprare i braccialetti di gomma della nike ma ripensando all’articolo che loro hanno scritto ho evitato di sporcare il conto della mia american express con una cosa “povera”. Mi sono reso conto che sono circondato da poveri. Ma ora mi sento un debosciato so che non sarò mai come loro. Sul forum poi ho imparato tanti modi di rispondere a tono quando litigo con un povero. In università un giorno una mia amica aveva sclerato e io le ho detto “controllati, non sei mica una scimmia!” Avreste dovuto vedere come ci è rimasta di merda… Ormai riesco a distinguerli perfettamente, i poveri. Mi sono pure iscritto su 2.0. Che risate. Prendere per il culo i bambinetti con le foto di Kakà o delle macchine modificate è uno scherzo, così come abbindolare le troiette di 15 anni con le foto delle vacanze valtur, o che si danno baci saffici davanti l’asse da stiro.
Vorrei tanto conoscere i tipi che stanno dietro a questa rivoluzione culturale. Adesso so cosa e come leggere, cosa e come guardare, cosa e come comprare.
Il deboscio l’ho conosciuto per caso, per le magliette. Ero dal parrucchiere e ti vedo su Max (che leggo solo lì, beninteso) questi ragazzi quasi miei coetanei che proponevano assieme alle magliette anche una filosofia di vita che è perfettamente in linea con la mia. Cioè quasi, perché effettivamente alcuni aspetti della mia vita erano un po’ poveri. Adesso leggendo il sito, i loro libri e frequentando il forum credo di aver capito perfettamente il loro pensiero e sono intervenuto su di essi. L’altro giorno volevo comprare i braccialetti di gomma della nike ma ripensando all’articolo che loro hanno scritto ho evitato di sporcare il conto della mia american express con una cosa “povera”. Mi sono reso conto che sono circondato da poveri. Ma ora mi sento un debosciato so che non sarò mai come loro. Sul forum poi ho imparato tanti modi di rispondere a tono quando litigo con un povero. In università un giorno una mia amica aveva sclerato e io le ho detto “controllati, non sei mica una scimmia!” Avreste dovuto vedere come ci è rimasta di merda… Ormai riesco a distinguerli perfettamente, i poveri. Mi sono pure iscritto su 2.0. Che risate. Prendere per il culo i bambinetti con le foto di Kakà o delle macchine modificate è uno scherzo, così come abbindolare le troiette di 15 anni con le foto delle vacanze valtur, o che si danno baci saffici davanti l’asse da stiro.
Vorrei tanto conoscere i tipi che stanno dietro a questa rivoluzione culturale. Adesso so cosa e come leggere, cosa e come guardare, cosa e come comprare.
giovedì 2 marzo 2006
Neruda deboscio
Il povero è lo schiavo dell'abitudine, ripete ogni giorno gli stessi percorsi, non cambia la marca, non rischia, non parla a chi non conosce.
Il povero preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i", cerca di concentrarsi sul particolare perchè fa fatica a capire le cose nel complesso.
Il povero non capovolge il tavolo, il povero è infelice sul lavoro ma non rischia la certezza per l'incertezza; il povero passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Il povero non fa domande sugli argomenti che non conosce, ma si affanna a rispondere quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Il povero preferisce morire a piccole dosi, perchè per lui essere vivo è appena respirare.
Il povero fa della sopportazione l'illusione della sua felicità.
Il povero preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i", cerca di concentrarsi sul particolare perchè fa fatica a capire le cose nel complesso.
Il povero non capovolge il tavolo, il povero è infelice sul lavoro ma non rischia la certezza per l'incertezza; il povero passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Il povero non fa domande sugli argomenti che non conosce, ma si affanna a rispondere quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Il povero preferisce morire a piccole dosi, perchè per lui essere vivo è appena respirare.
Il povero fa della sopportazione l'illusione della sua felicità.
La più sensazionale e assordante scoperta della scienza moderna - «perché ormai di scoperta si tratta e non di semplice teoria» - è che l’intero universo proviene da un’unica immane esplosione avvenuta 14 miliardi di anni fa. Ce l’abbiamo fatta.
Se ancora non sappiamo bene dove andiamo, almeno sappiamo con certezza da dove veniamo.
Forse presagita da qualche mestatore cinese dell’antichità, o da un monaco tedesco del 1300 mentre miscelava quantità di salnitro, carbone e zolfo, la soluzione dell’origine del mondo è merito di tutti, perché a differenza di altre luminose conquiste della conoscenza non è stata rivendicata da nessuno.
Certo non la colse per primo l’inquietante autore di «eureka», né fu l’abate Lemaître, il meteorologo Friedman o il fisico Gamow, e meno che mai l’imprescindibile Albert Einstein, sebbene un contributo non indifferente spetti all’astrofisico Fred Hoyle, che derise apertamente la grande esplosione come «un’idea da preti», poi paragonandola a una ballerina che salti fuori da una torta durante una festa di compleanno.
Eccepì che «in fisica e in termodinamica un’esplosione è sempre una conseguenza, mai una causa» e chiamò appunto questa «barzelletta» ironicamente «big bang».
E Big Bang fu.
La spiegazione cosmologica, a cui aderiscono con poche eccezioni decine di migliaia di astronomi professionali, prescrive «energia e densità infinità, originariamente priva di elementi costitutivi, esplosa istantaneamente nel nulla sotto forma di punto senza località e dimensioni».
In altri termini, la creazione simultanea e trascendentale del tempo, dello spazio e della materia realizzati con propagazione «superluminale» nei pressi dell’«istante zero».
Le due prove fondamentali e (niente affatto) indipendenti di questa «apparizione mariana» sono il sistematico spostamento spettrale verso il rosso delle galassie esterne e l’esistenza di una debole e diffusa nebbia radio che ci avvolge e che emette fotoni nell’infrarosso estremo come un materiale che si trovi alla bassissima temperatura di 2,7 K°.
Che appare sì distribuita omogeneamente in tutte le direzioni del cielo, ma che viene verificata con antenne al suolo e apparecchiature orbitanti intorno alla terra, vicinissime al nostro sistema locale e lontanissime dal fondo dell’universo che si pretende di misurare.
A questo «bagno» di microonde viene attribuito uno spostamento pseudo-Doppler z = 1.000 che deve corrispondere al «residuo fossile del fireball», una sorta di «Sindone congelata» della creazione che commutò quasi istantaneamente le quantità infinite in quantità quantizzate.
A queste prove fondamentali devono essere aggiunte due «esotiche» entità trasparenti allo spettro elettromagnetico: una strabocchevole «materia oscura» necessaria per condensare stelle e galassie e una misteriosa energia, anch’essa «oscura», in grado di impartire ulteriori accelerazioni al sostrato metrico, e necessaria per sanare le incongruenze nella distribuzione dei redshift rilevati.
Ecco fatto.
Ciò conduce alla spettacolare conseguenza che l’immenso universo si trovi avvolto e confinato entro una regione che 14 miliardi di anni fa aveva le dimensioni del diametro di un protone e che gli astronomi del pianeta terra compiano le loro esplorazioni profonde dal bordo esterno di un imbuto gigantesco che man mano si restringe e che termina oggettivamente nel nulla.
Prendere o lasciare.
Ma se volete dedicarvi all’astrofisica o alla fisica delle particelle tramutando la vostra passione in professione dovete prendere: e farvi accelerare a 72 km/sec per megaparsec in uno spazio la cui geometria è quasi interamente governata da entità instabili e oscure.
L’insindacabile protocollo recita «che c’è stato un Big Bang superluminale», che c’è uno spazio in espansione che dilata «le distanze», che c’è una radiazione a 2,7 K° «che è fossile» e che tutta una fisica «esotica ed elusiva» che attende ancora di essere scoperta, sovrasta le osservazioni astronomiche rendendole pressoché irrilevanti.
E allora, si potrebbe dire: o Dio ha creato i dadi che poi giocano a fare Dio o il mistero disvelato dai cosmologi ai loro contribuenti è basato su estrapolazioni arbitrarie.
Ma il segreto di Pulcinella dell’astronomia professionale è che oggetti con alto spostamento verso il rosso si mostrano fisicamente associati nell’universo a oggetti di basso spostamento verso il rosso e che questo «segreto», accessibile già dalla metà del secolo scorso, è diventato così palese e imponente da minare alla radice l’assunzione cardinale di tutta la cosmologia (cioè la relazione fra lo spostamento verso il rosso, con le distanze e le velocità delle galassie disseminate nello spazio profondo).
Per sopprimere questa evidenza contraria sempre più plateale (confronta «Catalogue of Discordant Redshift Associations» H. Arp, Apeiron, 2003), l’establishment americano si è prodotto in ogni genere di sforzi, ora invocando la probabilità di accavallamento prospettico (che in qualche caso è inferiore a una su un miliardo), ora oscurando ponti, filamenti di materia e bracci di connessione fra oggetti con redshift molto diversi mediante la modulazione dei contrasti delle immagini fotografiche.
Se qualche team operativo dell’Hubble Telescope si sente personalmente ferito o professionalmente calunniato da queste affermazioni, ci sono migliaia di ricercatori (e fra essi numerosi astronomi professionisti) pronti a dimostrare che proprio dall’analisi delle stesse immagini rilasciate dalla NASA e volte a provare la mancanza di qualsiasi collegamento fisico fra i quasar e le galassie, è possibile ricavare i filamenti luminosi che li connettono (per esempio NGC 4319 - QSO Mrk 205, HST Heritage Team).
Così se i quasar sono «segretamente» associati alle galassie attive la questione più scottante non dovrebbe essere l’immediato riesame dell’interpretazione convenzionale dei redhsift (che si pone automaticamente) ma piuttosto: perché nascondere i ponti e i filamenti?
La risposta è ovvia, anche se terribile: perché la falsificazione della relazione di Hubble in termini di velocità e di distanza rimuoverebbe istantaneamente l’espansione dell’universo, la radiazione «fossile», il Big Bang, l’inflazione e la «materia oscura», mentre i Dipartimenti di Cosmologia si troverebbero a dover riconoscere che la molto celebrata origine del mondo è fondata su fisica inadeguata e su estrapolazioni puramente immaginarie.
La stessa Teoria della Relatività Generale, che operazionalmente è lo strumento con cui si rappresenta la struttura cosmica, ne verrebbe investita, e lo «spaziotempo» privato di una sua esistenza oggettiva e ridotto al rango di similitudine geometrica comprometterebbe l’intera «fisica dei buchi neri», che peraltro lo stesso Einstein preferì non imboccare.
Terribile, certo.
E, almeno nell’immediato, catastrofico per l’intero apparato della scienza accademica.
Gli acceleratori di particelle sempre più costosi e potenti, allestiti e progettati con lo scopo dichiarato «di snidare la materia oscura e le particelle energetiche che operavano a ridosso del Big Bang», verrebbero privati dei loro obiettivi primari con l’effetto di trascinare la «Big Science» in una sorta di limbo a metà strada tra l’anno Mille e l’anno zero.
Certo.
Ma, ancor più terribile: esiste al mondo una ragione cosmologica abbastanza forte per riconvertire fondi già assegnati e che proprio per questo potrebbero essere rimessi in discussione? «Forse Arp ha ragione - ha dichiarato l’astronomo italiano Massimo Capaccioli - ma fra cento, o mille anni».
se al posto di una entità ben definita, quale sarebbe un dio, che dovrebbe essere intervenuto per porre "intelligenza" nell'universo, ponessimo che fosse una qualità intrinseca dell'universo stesso, che la materia, l'energia, possiedano al loro interno "l'intelligenza" che nei millenni ha comportato lo sviluppo attuale, la cosa non funzionerebbe bene lo stesso?
Se ancora non sappiamo bene dove andiamo, almeno sappiamo con certezza da dove veniamo.
Forse presagita da qualche mestatore cinese dell’antichità, o da un monaco tedesco del 1300 mentre miscelava quantità di salnitro, carbone e zolfo, la soluzione dell’origine del mondo è merito di tutti, perché a differenza di altre luminose conquiste della conoscenza non è stata rivendicata da nessuno.
Certo non la colse per primo l’inquietante autore di «eureka», né fu l’abate Lemaître, il meteorologo Friedman o il fisico Gamow, e meno che mai l’imprescindibile Albert Einstein, sebbene un contributo non indifferente spetti all’astrofisico Fred Hoyle, che derise apertamente la grande esplosione come «un’idea da preti», poi paragonandola a una ballerina che salti fuori da una torta durante una festa di compleanno.
Eccepì che «in fisica e in termodinamica un’esplosione è sempre una conseguenza, mai una causa» e chiamò appunto questa «barzelletta» ironicamente «big bang».
E Big Bang fu.
La spiegazione cosmologica, a cui aderiscono con poche eccezioni decine di migliaia di astronomi professionali, prescrive «energia e densità infinità, originariamente priva di elementi costitutivi, esplosa istantaneamente nel nulla sotto forma di punto senza località e dimensioni».
In altri termini, la creazione simultanea e trascendentale del tempo, dello spazio e della materia realizzati con propagazione «superluminale» nei pressi dell’«istante zero».
Le due prove fondamentali e (niente affatto) indipendenti di questa «apparizione mariana» sono il sistematico spostamento spettrale verso il rosso delle galassie esterne e l’esistenza di una debole e diffusa nebbia radio che ci avvolge e che emette fotoni nell’infrarosso estremo come un materiale che si trovi alla bassissima temperatura di 2,7 K°.
Che appare sì distribuita omogeneamente in tutte le direzioni del cielo, ma che viene verificata con antenne al suolo e apparecchiature orbitanti intorno alla terra, vicinissime al nostro sistema locale e lontanissime dal fondo dell’universo che si pretende di misurare.
A questo «bagno» di microonde viene attribuito uno spostamento pseudo-Doppler z = 1.000 che deve corrispondere al «residuo fossile del fireball», una sorta di «Sindone congelata» della creazione che commutò quasi istantaneamente le quantità infinite in quantità quantizzate.
A queste prove fondamentali devono essere aggiunte due «esotiche» entità trasparenti allo spettro elettromagnetico: una strabocchevole «materia oscura» necessaria per condensare stelle e galassie e una misteriosa energia, anch’essa «oscura», in grado di impartire ulteriori accelerazioni al sostrato metrico, e necessaria per sanare le incongruenze nella distribuzione dei redshift rilevati.
Ecco fatto.
Ciò conduce alla spettacolare conseguenza che l’immenso universo si trovi avvolto e confinato entro una regione che 14 miliardi di anni fa aveva le dimensioni del diametro di un protone e che gli astronomi del pianeta terra compiano le loro esplorazioni profonde dal bordo esterno di un imbuto gigantesco che man mano si restringe e che termina oggettivamente nel nulla.
Prendere o lasciare.
Ma se volete dedicarvi all’astrofisica o alla fisica delle particelle tramutando la vostra passione in professione dovete prendere: e farvi accelerare a 72 km/sec per megaparsec in uno spazio la cui geometria è quasi interamente governata da entità instabili e oscure.
L’insindacabile protocollo recita «che c’è stato un Big Bang superluminale», che c’è uno spazio in espansione che dilata «le distanze», che c’è una radiazione a 2,7 K° «che è fossile» e che tutta una fisica «esotica ed elusiva» che attende ancora di essere scoperta, sovrasta le osservazioni astronomiche rendendole pressoché irrilevanti.
E allora, si potrebbe dire: o Dio ha creato i dadi che poi giocano a fare Dio o il mistero disvelato dai cosmologi ai loro contribuenti è basato su estrapolazioni arbitrarie.
Ma il segreto di Pulcinella dell’astronomia professionale è che oggetti con alto spostamento verso il rosso si mostrano fisicamente associati nell’universo a oggetti di basso spostamento verso il rosso e che questo «segreto», accessibile già dalla metà del secolo scorso, è diventato così palese e imponente da minare alla radice l’assunzione cardinale di tutta la cosmologia (cioè la relazione fra lo spostamento verso il rosso, con le distanze e le velocità delle galassie disseminate nello spazio profondo).
Per sopprimere questa evidenza contraria sempre più plateale (confronta «Catalogue of Discordant Redshift Associations» H. Arp, Apeiron, 2003), l’establishment americano si è prodotto in ogni genere di sforzi, ora invocando la probabilità di accavallamento prospettico (che in qualche caso è inferiore a una su un miliardo), ora oscurando ponti, filamenti di materia e bracci di connessione fra oggetti con redshift molto diversi mediante la modulazione dei contrasti delle immagini fotografiche.
Se qualche team operativo dell’Hubble Telescope si sente personalmente ferito o professionalmente calunniato da queste affermazioni, ci sono migliaia di ricercatori (e fra essi numerosi astronomi professionisti) pronti a dimostrare che proprio dall’analisi delle stesse immagini rilasciate dalla NASA e volte a provare la mancanza di qualsiasi collegamento fisico fra i quasar e le galassie, è possibile ricavare i filamenti luminosi che li connettono (per esempio NGC 4319 - QSO Mrk 205, HST Heritage Team).
Così se i quasar sono «segretamente» associati alle galassie attive la questione più scottante non dovrebbe essere l’immediato riesame dell’interpretazione convenzionale dei redhsift (che si pone automaticamente) ma piuttosto: perché nascondere i ponti e i filamenti?
La risposta è ovvia, anche se terribile: perché la falsificazione della relazione di Hubble in termini di velocità e di distanza rimuoverebbe istantaneamente l’espansione dell’universo, la radiazione «fossile», il Big Bang, l’inflazione e la «materia oscura», mentre i Dipartimenti di Cosmologia si troverebbero a dover riconoscere che la molto celebrata origine del mondo è fondata su fisica inadeguata e su estrapolazioni puramente immaginarie.
La stessa Teoria della Relatività Generale, che operazionalmente è lo strumento con cui si rappresenta la struttura cosmica, ne verrebbe investita, e lo «spaziotempo» privato di una sua esistenza oggettiva e ridotto al rango di similitudine geometrica comprometterebbe l’intera «fisica dei buchi neri», che peraltro lo stesso Einstein preferì non imboccare.
Terribile, certo.
E, almeno nell’immediato, catastrofico per l’intero apparato della scienza accademica.
Gli acceleratori di particelle sempre più costosi e potenti, allestiti e progettati con lo scopo dichiarato «di snidare la materia oscura e le particelle energetiche che operavano a ridosso del Big Bang», verrebbero privati dei loro obiettivi primari con l’effetto di trascinare la «Big Science» in una sorta di limbo a metà strada tra l’anno Mille e l’anno zero.
Certo.
Ma, ancor più terribile: esiste al mondo una ragione cosmologica abbastanza forte per riconvertire fondi già assegnati e che proprio per questo potrebbero essere rimessi in discussione? «Forse Arp ha ragione - ha dichiarato l’astronomo italiano Massimo Capaccioli - ma fra cento, o mille anni».
se al posto di una entità ben definita, quale sarebbe un dio, che dovrebbe essere intervenuto per porre "intelligenza" nell'universo, ponessimo che fosse una qualità intrinseca dell'universo stesso, che la materia, l'energia, possiedano al loro interno "l'intelligenza" che nei millenni ha comportato lo sviluppo attuale, la cosa non funzionerebbe bene lo stesso?
mercoledì 1 marzo 2006
i film da vedere con la fidanza
Hostel
Due giovani statunitensi, Josh e Paxton, attraversano il vecchio continente zaino in spalla assieme ad Oli, islandese festaiolo incontrato in viaggio. Decisamente più interessato alle droghe e al sesso che ai musei, il trio decide di puntare verso la Slovacchia, dipinta dai più come meta perfetta per il turismo sessuale. Raggiunto un paesino nei pressi di Bratislava, il gruppo si fermerà presso un ostello, constatando come le voci fossero fondate. Dividere la stanza con stupende e disinibite sconosciute per i ragazzi è un sogno che si avvera: un sogno che si rivelerà presto vero incubo.
Spinto da amicizie pesanti, Hostel arriva sui nostri schermi in pompa magna, con tanto di sacchetti per vomitare distribuiti all'ingresso delle sale. Se nella prima parte ci si rifà al tipico preludio da horror sbarazzino, con più seni in primo piano che F-Words in Pulp Fiction, nella seconda si procede alla tanto decantata orgia di sangue ed efferatezza: tutto secondo copione, con tanto di pinze, saldatori e cure medievali. Ostentando conoscenza del genere, Roth riesce a banalizzare un soggetto che rubacchia dall'immaginario snuff e da Il Coraggioso, dando vita ad un prodotto piatto, monocorde e pretenzioso.
Un'accozzaglia di strumenti di tortura, membra e rimandi in cui cercare alte metafore.
Batalla en el cielo
Corpi sfatti e degrado etico-sociale sono un tutt’uno nelle numerose scene erotiche volutamente realistiche ma al tempo stesso vagamente oniriche e descritte con distacco fatalista, come nel caso della fellatio di apertura del film, il cui destinatario, panciuto e un po’ laido, rimane impassibile al consumarsi dell’atto da parte di una ragazza giovane e piacente.
La figlia del generale, Ana, giovane e bella, si prostituisce per puro piacere in un bordello di Città del Messico (megalopoli caotica e degradata) e, occasionalmente, si concede anche a Marcos, che le fa da autista.
Quando Marcos le confessa di aver rapito un neonato, poi morto, Ana, invece di sostenerlo o di comprenderlo, freddamente gli dice che l’unica cosa che può fare è quella di costituirsi. Nel travaglio fra il rimorso per la morte del piccolo e la delusione per il comportamento della giovane (da lui segretamente amata) Marcos attraversa il suo intimo disfacimento esistenziale all’interno una società già di per sè profondamente estranea ed ostile. Una società vista come una macchina (rappresentata dall’immensa bolgia della capitale messicana) che muove i propri ingranaggi in un fluire privo di senso se non quello fine a se stesso del suo gigantesco ed imperscrutabile destino. Alla fine Marcos non potrà fare altro che uccidere Ana, in una spirale di inquietudine e di indifferenza.
Più in fondo di così non si va: costituirsi, uccidersi o morire comunque di rimorso? Toccanti le scene quotidiane fra Marcos e sua moglie, descritti come brutti, disgraziati e infelici, destinati ad una vita senza speranza ma proprio per questo capaci di gesti estremi, per questo uniti l’uno all’altra da un legame indivisibile.
Due giovani statunitensi, Josh e Paxton, attraversano il vecchio continente zaino in spalla assieme ad Oli, islandese festaiolo incontrato in viaggio. Decisamente più interessato alle droghe e al sesso che ai musei, il trio decide di puntare verso la Slovacchia, dipinta dai più come meta perfetta per il turismo sessuale. Raggiunto un paesino nei pressi di Bratislava, il gruppo si fermerà presso un ostello, constatando come le voci fossero fondate. Dividere la stanza con stupende e disinibite sconosciute per i ragazzi è un sogno che si avvera: un sogno che si rivelerà presto vero incubo.
Spinto da amicizie pesanti, Hostel arriva sui nostri schermi in pompa magna, con tanto di sacchetti per vomitare distribuiti all'ingresso delle sale. Se nella prima parte ci si rifà al tipico preludio da horror sbarazzino, con più seni in primo piano che F-Words in Pulp Fiction, nella seconda si procede alla tanto decantata orgia di sangue ed efferatezza: tutto secondo copione, con tanto di pinze, saldatori e cure medievali. Ostentando conoscenza del genere, Roth riesce a banalizzare un soggetto che rubacchia dall'immaginario snuff e da Il Coraggioso, dando vita ad un prodotto piatto, monocorde e pretenzioso.
Un'accozzaglia di strumenti di tortura, membra e rimandi in cui cercare alte metafore.
Batalla en el cielo
Corpi sfatti e degrado etico-sociale sono un tutt’uno nelle numerose scene erotiche volutamente realistiche ma al tempo stesso vagamente oniriche e descritte con distacco fatalista, come nel caso della fellatio di apertura del film, il cui destinatario, panciuto e un po’ laido, rimane impassibile al consumarsi dell’atto da parte di una ragazza giovane e piacente.
La figlia del generale, Ana, giovane e bella, si prostituisce per puro piacere in un bordello di Città del Messico (megalopoli caotica e degradata) e, occasionalmente, si concede anche a Marcos, che le fa da autista.
Quando Marcos le confessa di aver rapito un neonato, poi morto, Ana, invece di sostenerlo o di comprenderlo, freddamente gli dice che l’unica cosa che può fare è quella di costituirsi. Nel travaglio fra il rimorso per la morte del piccolo e la delusione per il comportamento della giovane (da lui segretamente amata) Marcos attraversa il suo intimo disfacimento esistenziale all’interno una società già di per sè profondamente estranea ed ostile. Una società vista come una macchina (rappresentata dall’immensa bolgia della capitale messicana) che muove i propri ingranaggi in un fluire privo di senso se non quello fine a se stesso del suo gigantesco ed imperscrutabile destino. Alla fine Marcos non potrà fare altro che uccidere Ana, in una spirale di inquietudine e di indifferenza.
Più in fondo di così non si va: costituirsi, uccidersi o morire comunque di rimorso? Toccanti le scene quotidiane fra Marcos e sua moglie, descritti come brutti, disgraziati e infelici, destinati ad una vita senza speranza ma proprio per questo capaci di gesti estremi, per questo uniti l’uno all’altra da un legame indivisibile.
martedì 28 febbraio 2006
Il nuovo sito di Tommaso Labranca
C’era l’inaugurazione della mostra stasera. Io avevo trafugato l’invito a Sky e ci ero andato sotto la pioggia, pensando di trovarvi vips e intellettuali. Invece c’erano Cani & Porci, soprattutto porci, attratti dalle promesse vaginali che aleggiano intorno al nome di Helmut Newton. Una massa enorme di persone: l’organizzazione doveva aver invitato tutta la città. E nessuno che fosse minimamente famoso. Davanti c’era una signora sosia di Inge Feltrinelli. Milano è piena di pseudoInge Feltrinelli: signore di una certa età, ma dall’aria giovanile, con lo sguardo angolare in cui zigomi e taglio degli occhi convergono. Dietro avevo due ragazze un po’ attempate che parlavano di sistemi SAP e conversioni aziendali. A fianco due coppiette calabresi che si lamentavano “si vede che siamo in Italia, nessuno sta in coda, dove sono le transenne”, il tutto spintonando i vicini come nel pogo più feroce. Sembrava di essere all’ingresso di una festa in un locale aperto da due giorni e quindi ancora minimamente trendy. Dentro era tutto nero e fucsia, un allestimento davvero bello, con le foto grandi e illuminate (forse era un po’ difficile leggere i titoli). Le foto migliori mi sembravano quelle del genere Sex. Quelle del genere Landscapes, be’… insomma… avrebbe potuto farle chiunque. Riprese dall’aereo, vedute appositamente sfuocate. Invece le foto delle dominatrici, i nudi, gli amplessi iperstilizzati quelli erano solo ed esclusivamente Helmut Newton. Sembrava davvero di essere tornati indietro agli anni Novanta. Tornavano in mente “Sex” di Madonna e i video di George Michael con le top model. Ma anche il pubblico era da vernissage anni Novanta, con gli occhialoni dalle montature pesanti e gli abitini neri delle donne. Madonna tornava anche nella colonna sonora diffusa nei locali della mostra. Anche George Michael tornava, ma sicuramente me ne sono accorto solo io: tra le foto esposte ce n’era una che rappresentava la Sun Tower di Montecarlo, un edificio di oltre 15 piani dove sono state girate alcune scene del video di “Careless Whisper”. Ero emozionato come se avessi scoperto un Leonardo grattando un angolo di tappezzeria nella sala d’aspetto di un notaio.
Insomma, una mostra da non perdere, da vedere magari con il walkman, un po’ come tutte le mostre, così da non sentire i commenti di vecchie viaggiatrici e giovani artisti. La foto più bella: Monica Bellucci con un kleenex sulle labbra e il rossetto che viene assorbito dalla carta.
Un artista può essere considerato un genio, una figura di primo piano quando lega il suo nome a un immaginario, ma anche quando diffonde quell’immaginario presso chi magari non ne conosce il nome. Lynndie England, la soldatessa stronza che ad Abu Ghraib si è fatta fotografare con un prigioniero nudo al guinzaglio, magari non conosceva nemmeno il nome di Helmut Newton, ma pur nella sua bassa ignoranza si sarà sicuramente rifatte a qualche foto sexy-ferina intravista sui giornali e, ispirandosi all’immaginario di un genio ignaro, si sarà sentita dominatrix per un giorno, una specie di Naomi con la cellulite.
C’era l’inaugurazione della mostra stasera. Io avevo trafugato l’invito a Sky e ci ero andato sotto la pioggia, pensando di trovarvi vips e intellettuali. Invece c’erano Cani & Porci, soprattutto porci, attratti dalle promesse vaginali che aleggiano intorno al nome di Helmut Newton. Una massa enorme di persone: l’organizzazione doveva aver invitato tutta la città. E nessuno che fosse minimamente famoso. Davanti c’era una signora sosia di Inge Feltrinelli. Milano è piena di pseudoInge Feltrinelli: signore di una certa età, ma dall’aria giovanile, con lo sguardo angolare in cui zigomi e taglio degli occhi convergono. Dietro avevo due ragazze un po’ attempate che parlavano di sistemi SAP e conversioni aziendali. A fianco due coppiette calabresi che si lamentavano “si vede che siamo in Italia, nessuno sta in coda, dove sono le transenne”, il tutto spintonando i vicini come nel pogo più feroce. Sembrava di essere all’ingresso di una festa in un locale aperto da due giorni e quindi ancora minimamente trendy. Dentro era tutto nero e fucsia, un allestimento davvero bello, con le foto grandi e illuminate (forse era un po’ difficile leggere i titoli). Le foto migliori mi sembravano quelle del genere Sex. Quelle del genere Landscapes, be’… insomma… avrebbe potuto farle chiunque. Riprese dall’aereo, vedute appositamente sfuocate. Invece le foto delle dominatrici, i nudi, gli amplessi iperstilizzati quelli erano solo ed esclusivamente Helmut Newton. Sembrava davvero di essere tornati indietro agli anni Novanta. Tornavano in mente “Sex” di Madonna e i video di George Michael con le top model. Ma anche il pubblico era da vernissage anni Novanta, con gli occhialoni dalle montature pesanti e gli abitini neri delle donne. Madonna tornava anche nella colonna sonora diffusa nei locali della mostra. Anche George Michael tornava, ma sicuramente me ne sono accorto solo io: tra le foto esposte ce n’era una che rappresentava la Sun Tower di Montecarlo, un edificio di oltre 15 piani dove sono state girate alcune scene del video di “Careless Whisper”. Ero emozionato come se avessi scoperto un Leonardo grattando un angolo di tappezzeria nella sala d’aspetto di un notaio.
Insomma, una mostra da non perdere, da vedere magari con il walkman, un po’ come tutte le mostre, così da non sentire i commenti di vecchie viaggiatrici e giovani artisti. La foto più bella: Monica Bellucci con un kleenex sulle labbra e il rossetto che viene assorbito dalla carta.
Un artista può essere considerato un genio, una figura di primo piano quando lega il suo nome a un immaginario, ma anche quando diffonde quell’immaginario presso chi magari non ne conosce il nome. Lynndie England, la soldatessa stronza che ad Abu Ghraib si è fatta fotografare con un prigioniero nudo al guinzaglio, magari non conosceva nemmeno il nome di Helmut Newton, ma pur nella sua bassa ignoranza si sarà sicuramente rifatte a qualche foto sexy-ferina intravista sui giornali e, ispirandosi all’immaginario di un genio ignaro, si sarà sentita dominatrix per un giorno, una specie di Naomi con la cellulite.
lunedì 27 febbraio 2006
Quando mi disse che bisognava fare un partito chiesi: "Come si fa?". E lui: "Mah, non so, vedi tu, in Publitalia ci sono mille persone…". Io andai in Publitalia e ne scelsi 27.
Poi inventò il nome Forza Italia. Quando ce lo comunicò noi restammo perplessi. C'erano altri nomi. Tanti. Forza Italia ci sembrava troppo calcistico. Ma lui è sempre davanti a tutti. Insieme a Guido Dall'Oglio ha scritto anche l'inno di Forza Italia. Il colore azzurro l'ha inventato lui.
Anche lo slogan: "L'Italia è il Paese che amo". Anche il kit del candidato.
Marcello Dell'Utri
Poi inventò il nome Forza Italia. Quando ce lo comunicò noi restammo perplessi. C'erano altri nomi. Tanti. Forza Italia ci sembrava troppo calcistico. Ma lui è sempre davanti a tutti. Insieme a Guido Dall'Oglio ha scritto anche l'inno di Forza Italia. Il colore azzurro l'ha inventato lui.
Anche lo slogan: "L'Italia è il Paese che amo". Anche il kit del candidato.
Marcello Dell'Utri
perchè le svedesi sono bionde
I capelli biondi e gli occhi chiari comparvero tra gli umani millenni fa (non solo nel Vecchio Continente), come anomalia genetica. Ma la loro diffusione massiccia tra le popolazioni del nord Europa risale, secondo lo studio in questione, alla fine dell’Era Glaciale, 10-11mila anni fa. In quel periodo le avverse condizioni di temperatura facevano sì che le popolazioni delle aree più fredde si alimentassero di sola carne, non potendo raccogliere frutta e verdura, inesistenti a causa della rigidità climatica. Così, gli individui maschi dovevano avventurarsi in cacce spesso pericolose, mentre le femmine rimanevano nei villaggi (rifugi relativamente sicuri) occupandosi di altro, come la cura dei figli e la fabbricazione di abiti; nelle aree calde del pianeta, invece, le donne potevano essere impegnate anche nella raccolta di frutti e vegetali vari, esponendosi anch’esse a rischi mortali. Nelle suddette condizioni di «disparità», in Europa la mortalità tra i maschi era infinitamente maggiore e a ogni uomo corrispondeva un numero notevolmente superiore di donne. Così, le donne nord ed esteuropee dovevano letteralmente contendersi i pochi uomini a disposizione, e questi ultimi avevano l’imbarazzo della scelta. E, vista la repentina diffusione del capello biondo, evidentemente preferivano fecondare donne dai capelli e dagli occhi chiari, favorendo la trasmissione dei geni che causano tale «anomalia». A sostegno della ragionevolezza «scientifica» di questa predilezione, gli autori dello studio, invocano altre ricerche, che indicano nei capelli biondi un segnale di alto livello di estrogeni, e quindi di una maggiore fertilità.
domenica 26 febbraio 2006
- Il curling ti piace?
- Ma no dai, con i due che spazzano. Si gioca al pala-ghiaccio ma è uno sport da filippini
- Il curling è la rivincita olimpica delle donne delle pulizie, con quell'aura di gioco scandinavo così affascinante: irresistibile.
- E quella scema della Silvstedt che sciava: a pulire il ghiaccio!
- Ma no dai, con i due che spazzano. Si gioca al pala-ghiaccio ma è uno sport da filippini
- Il curling è la rivincita olimpica delle donne delle pulizie, con quell'aura di gioco scandinavo così affascinante: irresistibile.
- E quella scema della Silvstedt che sciava: a pulire il ghiaccio!
sabato 25 febbraio 2006
http://www.kataweb.it/utility/pop_up/espresso_grafici2/frameset.html
Sia chiaro fin dall’inizio: non troveremo né un fine per la nazione né la nostra personale soddisfazione nella mera continuazione del progresso economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base del mib30, né i successi nazionali sulla base del prodotto interno lordo.
Perché il prodotto interno lordo comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle stragi del sabato sera.
Mette nel conto le serrature delle porte Dierre con cui ci chiudiamo in casa, e le prigioni per coloro che le scardinano.
Il prodotto interno lordo comprende la distruzione degli abeti e la morte della valle di Susa.
Il prodotto nazionale lordo si gonfia con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte nelle nostre città; e benché non diminuisca a causa dei danni che le rivolte provocano, aumenta però quando si ricostruiscono i gratosoglio sulle loro ceneri.
E se il prodotto nazionale lordo comprende tutto questo, molte cose non sono state calcolate.
Non tiene conto dello stato di salute dei nostri figli, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro giochi.
E’ indifferente alla decenza delle nostre fabbriche e insieme alla sicurezza delle nostre strade. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l’intelligenza delle nostre discussioni o l’onestà dei nostri dipendenti pubblici. Non tiene conto né della giustizia dei nostri tribunali, né della giustezza dei rapporti tra noi.
Il prodotto interno lordo non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né le nostre conoscenze, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita valevole di essere vissuta.
E può dirci tutto sull'Italia, eccetto se siamo orgogliosi di essere italiani.
Sia chiaro fin dall’inizio: non troveremo né un fine per la nazione né la nostra personale soddisfazione nella mera continuazione del progresso economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base del mib30, né i successi nazionali sulla base del prodotto interno lordo.
Perché il prodotto interno lordo comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle stragi del sabato sera.
Mette nel conto le serrature delle porte Dierre con cui ci chiudiamo in casa, e le prigioni per coloro che le scardinano.
Il prodotto interno lordo comprende la distruzione degli abeti e la morte della valle di Susa.
Il prodotto nazionale lordo si gonfia con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte nelle nostre città; e benché non diminuisca a causa dei danni che le rivolte provocano, aumenta però quando si ricostruiscono i gratosoglio sulle loro ceneri.
E se il prodotto nazionale lordo comprende tutto questo, molte cose non sono state calcolate.
Non tiene conto dello stato di salute dei nostri figli, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro giochi.
E’ indifferente alla decenza delle nostre fabbriche e insieme alla sicurezza delle nostre strade. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l’intelligenza delle nostre discussioni o l’onestà dei nostri dipendenti pubblici. Non tiene conto né della giustizia dei nostri tribunali, né della giustezza dei rapporti tra noi.
Il prodotto interno lordo non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né le nostre conoscenze, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita valevole di essere vissuta.
E può dirci tutto sull'Italia, eccetto se siamo orgogliosi di essere italiani.
venerdì 24 febbraio 2006
One fatta da Mary J. Blige spakka davvero
Is it getting better
or do you feel the same
will it make it easier on you, now
you got someone to blame
you say, one love, one life
when it's one need in the night
one love, we get to share it
it leaves you baby if you don't care for it
did I disappoint you
or leave a bad taste in your mouth
you act like you never had love
and you want me to go without
well, it's too late tonight
to drag the past out into the light
we're one but we're not the same
we get to carry each other, carry each other
have you come here for forgiveness
have you come to raise the dead
have you come here to play Jesus
to the lepers in your head
did I ask too much, more than a lot
you gave me nothing now it's all I got
we're one but we're not the same
well, we hurt each other then we do it again
you say love is a temple, love a higher law
love is a temple, love the higher law
you ask me to enter but then you make me crawl
and I can't be holding on to what you got
when all you got is hurt
one love, one blood
one life, you got to do what you should
one life, with each other
sisters, brothers
one life, but we're not the same
or do you feel the same
will it make it easier on you, now
you got someone to blame
you say, one love, one life
when it's one need in the night
one love, we get to share it
it leaves you baby if you don't care for it
did I disappoint you
or leave a bad taste in your mouth
you act like you never had love
and you want me to go without
well, it's too late tonight
to drag the past out into the light
we're one but we're not the same
we get to carry each other, carry each other
have you come here for forgiveness
have you come to raise the dead
have you come here to play Jesus
to the lepers in your head
did I ask too much, more than a lot
you gave me nothing now it's all I got
we're one but we're not the same
well, we hurt each other then we do it again
you say love is a temple, love a higher law
love is a temple, love the higher law
you ask me to enter but then you make me crawl
and I can't be holding on to what you got
when all you got is hurt
one love, one blood
one life, you got to do what you should
one life, with each other
sisters, brothers
one life, but we're not the same
mercoledì 22 febbraio 2006
martedì 21 febbraio 2006
giovedì 9 febbraio 2006
martedì 7 febbraio 2006
sabato 4 febbraio 2006
Orpheu

Eu não sou eu nem sou o outro,
Sou qualquer coisa de intermédio:
Pilar da ponte de tédio
Que vai de mim para o Outro.
Io non sono io e neppure l'altro
sono qualcosa di intermedio:
pilastro del ponte della noia
che da me va verso l'Altro.

Gli unici due numeri di Orpheu vennero pubblicati 91 anni fa.
Io li ho comprati 2 anni fa, e anche oggi aprendone le pagine travolge sempre presente la vertigine futurista che univa Fernando Pessoa, Mario de Sá-Carneiro e Guilherme de Santa-Rita, i tre fondatori.



Mi prende a poco a poco il delirio delle cose marittime,
mi penetrano fisicamente il molo e la sua atmosfera,
lo sciabordare del Tago mi assale i sensi,
e comincio a sognare, comincio ad avvolgermi nel sogno delle acque,
le cinghie di trasmissione cominciano a farmi presa sull’anima
e l’accelerazione del volano mi scuote nettamente.
Mi chiamano le acque,
mi chiamano i mari.
Mi chiamano, levando una voce corporea, le lontananze,
sono tutte le epoche marittime sentite nel passato, che chiamano.
All’improvviso qualcuno agita come in uno staccio quest’ora doppia
e, mescolata, la polvere delle due realtà cade
sulle mie mani piene di disegni di porti
con grandi velieri che partono e non pensano a tornare.
venerdì 3 febbraio 2006
Ogni volta che ti dicono che dovresti fermarti, ascoltare il silenzio, guardarti dentro, tu pensi a Woody Allen, a quando faceva film come Crimini e Misfatti e non come Match Point. Al motivo per cui fa Match point. Lo hai letto in una vecchia intervista: "Entro in ascensore e se vado al sesto piano ho bisogno di un giornale da leggere per non restare solo con i miei pensieri in quello spazio di tempo. Cammino per Central Park e debbo avere in mente cazzate tipo il casting del mio prossimo film, la scena finale, le luci che ci voglio mettere. E che cosa importa se il film non è buono, se non è neppure decente? Debbo farlo, debbo pensare a quello. Sennò? Sennò mi guardo intorno e vedo tutta questa gente, il giocatore di baseball, la modella, la bambina figlia del gelataio, il fondamentalista islamico e penso che fra ottant'anni nessuno esisterà più, che il mondo è come un cesso, ogni tanto viene tirata una catena e tutti gli stronzi scompaiono. Sono l'unico ad accorgersene? Mi devo fermare, guardarmi dentro e specchiarmi nel nulla che sono io, che siamo tutti, che è tutto? Scusate, ma preferisco fare un brutto film"
giovedì 2 febbraio 2006
Mamma, sono giovane. Quando uscirò da qui ci saranno nuove tecnologie. Mi farò mettere in testa un chip e tornerò ad avere vent’anni come oggi. La chirurgia estetica farà il resto.
il futuro o è tremendo o è salvifico, non è mai quel che è, l'effetto di un'evoluzione, ma arriva all'improvviso, da solo: non si sa quello che ci servirebbe, ma si confida che il futuro da solo capirà cosa darci.
Queste convinzioni sono quelle che permettono di sopportare il giogo cantando, unendosi il lotto alle otto e la messa alle dieci nel sostegno e nella consolazione.
il futuro o è tremendo o è salvifico, non è mai quel che è, l'effetto di un'evoluzione, ma arriva all'improvviso, da solo: non si sa quello che ci servirebbe, ma si confida che il futuro da solo capirà cosa darci.
Queste convinzioni sono quelle che permettono di sopportare il giogo cantando, unendosi il lotto alle otto e la messa alle dieci nel sostegno e nella consolazione.
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