giovedì 17 maggio 2012
mercoledì 16 maggio 2012
dezzyboy su radionk
il libro dei ricordi in concorso su radionk da 1:16:00
http://www.radionk.com/wordpress/2012/05/15/siamo-intenti-ad-esternare-2012-1a-serata/
un posto a milano: nicola cavallaro è tornato

Metti una sera a cena in un posto che nella tua immaginazione era proprio fatto così. Metti pure che all’uscita dalla cena sei stato bene, l’ambiente è informale, il prato di fianco, i mattoncini rossi al vivo sono le pareti, nei vasi non fiori ma fragole e rosmarino. Metti che ti sembra di essere in una cascina umbra e quindi nel mio caso, proprio come a casa. Metti che subito dopo che sei uscito hai già organizzato una cena per la settimana successiva.
Siamo a Milano, in una cascina agricola che nel ‘700 lavorava già la terra. Tanti anni fa si poteva definire periferia, oggi è quasi al centro della città. Porta Romana a Milano, Cascina Cuccagna, chef Nicola Cavallaro, Esterni, Cooperative e Cittadini insieme. Spostate la terra con le mani, mettete dentro questi cinque semini e avrete Un posto a Milano (Via Cuccagna 2 – angolo Via Muratori).

Il menù apre così: “Le ricette sono pensate sulla base dei migliori prodotti stagionali che siamo riusciti a trovare (consultate l’albo dei nostri fornitori). L’acqua è quella dell’acquedotto naturalizzata, volendo gassata e comunque gratuita. Pane e focacce sono fatti artigianalmente con lievito madre, la pasta è fatta in cascina ogni mattina, le verdure e la frutta provengono da agricolture biologiche, molti piatti sono vegetariani, alcuni vegani e altri senza glutine. Chiedete consigli al personale di sala o, nei momenti di più calma, direttamente allo chef e alla sua brigata.” Mi piace, ci sono tutte le parole fondamentali che vorrei leggere in un menù.
Il ristorante si dichiara ancora in regime di allenamento. È vero, qualcosa da aggiustare c’è, forse nei tempi e nell’organizzazione, ma in quale posto è tutto perfetto?

Io ho assaggiato l’Antipasto Misto con un ottimo tonno di coniglio, una giardiniera che non sentivo così buona dai lontani tempi della nonna, una misticanza di verdure di stagione (rucola, asparagi, cipolline, peperoni, piselli, etc) che sembravano davvero raccolte un attimo prima (provengono dalla cooperativa sociale Aretè di Torre Bordone, Bergamo) e che mi ha fatto venire le lacrime agli occhi, il salame rosa e la mortadella (Salumificio Artigianale Pasquini e Brusiani di Bologna) e una focaccia fatta a dovere.
Ho proseguito con “Formaggio di capra caldo con nocciole del Piemonte e verdure primaverili”, cioè dadini di zucchine e asparagi, piselli freschi amalgamati con pesto, sormontati dal caprino caldo (Azienda agricola Mapelli Claudio a Cassano D’Adda, Milano) e nocciole del Piemonte tritate grossolanamente. Un piatto equilibrato che mette insieme la prelibatezza delle verdure primaverili crude e il caprino che scaldato diventa piccante e denso.
Ho rubacchiato da altri piatti un assaggio di “Uovo, asparagi e parmigiano”, un grande classico ben eseguito con cottura perfetta dell’uovo a bassa temperatura. Per continuare con le “Sarde in saor con foglie verdi”, da deliscare una ad una purtroppo, ma deliziose. A chiudere, il menù offre Crostatina alla fragola, Tiramsù, Torta di mele, spuma di yougurt con salsa i frutti rossi e udite udite “Mela grattugiata, solo per i bambini”. Ho scelto la crostatina: pasta frolla, crema pasticcera, composta di fragola e fragole a pezzetti buonissime. Carta dei vini e delle birre artigianali, adeguate al posto. Buone e democratiche. Così come tutti i prezzi.
Dalla cucina vista sala, ogni tanto spunta lo Chef Cavallaro imbronciato, non faccio in tempo a dirgli che lo amo, che infila subito la cucina. Fuori resti di aperitivisti, ma anche mamme e bambini, che si sono dilungati. Dentro, altre 3 sale e un lungo bancone che propone vini, birre e buon cibo anti happy hour milanese con uova sode, quiche, farro, formaggi, salumi, torte salate e dolci. Come a casa, qui in Cascina si può stare e mangiare dalle 10 all’1.

Per me un vero miracolo a Milano, un posto dove andrei ogni giorno, dove so che quello che mangio è buono, scelto, curato, al giusto prezzo, dove non ci sono turni e orari. Dove vi consiglio di prenotare, perché la voce si è sparsa eccome.
[Crediti | Immagini: At Casa, Cristina Scateni]
intanto, su facebook...
oggi ho un imponente desiderio: innamorarmi di uno zingaro. Ma non voglio andare a cercarlo, quindi vi prego di non darmi coordinate circa i luoghi dove potrei incontrarlo (tipo campi e altre cose così) perché voglio che mi trovi lui e non voglio che il vostro cinismo rovini il mio romanticismo alle 10 del mattino.
martedì 15 maggio 2012
sgombero macao @ torre galfa
solo i governi di ultrasinistra possono permettersi scelte di ultradestra
Teresa Salgueiro il 16 giugno in concerto a San Damiano d'Asti
Teresa Salgueiro sarà in concerto a San Damiano d'Asti il 16 giugno 2012 in piazza della Libertà alle 22.30 nell'ambito del festival Fuoriluogo
Inoltre alle 18 Teresa incontrerà i suoi fan in piazzetta Giroldi.
Qui il programma della manifestazione
lunedì 14 maggio 2012
Quello che (non) ho
Su #la7 #fazio e #saviano fanno il saggio di fine corso del liceo classico
C'è anche #elisa che suona il pezzo che ha imparato quest'anno e #saviano vestito da compagno povero
la comicità della #littizzetto fa sembrare moderno plauto: scherzare difetti fisici, doppi sensi sessuali, citare pubblicità di 2 anni prima
Appartamento67 @Appartamento67 No no no no, la Littizzetto parla della Donna e sa dire solo patata e tette? Ma dai, basta! Basta parlare di tette! #quellochenonho
Davide Licordari @davidelico La Littizzetto è così scontata che è in corsa per essere la futura direttrice della Lidl Italia.
comunque essendo il saggio di fine corso, la trasmissione di #fazio è copiata da questa canzone di #pacifico,http://t.co/NlF0ei9A
RITO DA MAESTRO MANZI NEL CLIMA DI REDENZIONE
Aldo Grasso per il Corriere della Sera
Il destino delle parole è che invecchiano e si usurano con gli uomini che le usano. Un po' martire, un po' rockstar Roberto Saviano vive di parole, ha costruito il suo successo con le parole e, nonostante la giovane età, viene già osannato come un venerato maestro.
Così, con l'aiuto di Fabio Fazio e di illustri «parolieri» come Francesco Piccolo e Michele Serra (seduti in prima fila), ha trovato ospitalità su La7 per ripensare le parole che usiamo (idea non nuovissima). Se un tempo le Officine Grandi riparazioni di Torino servivano a riparare i treni, adesso, come location, riparano parole.
Una sfilata di ospiti illustri o meno prende una parola e la spolvera. Annotava nei suoi diari Lev Tolstoj: «Se tutta la complessa vita di molti passa inconsciamente, allora è come se non ci fosse mai stata». Questo è il destino delle parole: a furia di ripeterle, di sentirle nella quotidianità diventano gusci vuoti. Solo i veri scrittori sanno restituire loro il senso della vita, sanno restituircele come «visione» non come «riconoscimento». Fazio e Saviano vogliono educarci, redimerci, farci sentire migliori. Senza gioia, con pedanteria.
Le loro trasmissioni sono le sole eredi del maestro Manzi, le sole dove la noia viene scambiata per insegnamento, la demagogia per redenzione, la retorica per vaticinio. E, ovviamente, hanno successo perché la tv del dolore conosce tante forme, anche quella di predicare sui suicidi o sui bambini di Beslan. Il clima è sempre quello del rito, della celebrazione: una sorta di consacrazione laica della parola, una necessaria penitenza perché lo sproloquio si offra a noi come eloquio. Sotto le parole, niente. Solo un po' di omelia televisiva, dove quello che non ho si confonde volentieri con quello che non so.
La debolezza di questo reading è che tutti ti fanno venire il senso di colpa, persino Pupi Avati con i suoi ricordi felliniani al borotalco, persino il duo Travaglio-Lerner: se non sei impegnato, sei non vuoi cambiare il mondo con noi, se non usi le parole come arma di difesa civile, insomma sei poco propenso alla bacchettoneria, che tu sia dannato in eterno.
Fra i tanti luoghi comuni, ci sono anche le parole che il ceto medio riflessivo non dovrebbe mai pronunciare perché fanno cafone: sbaglio o la parola marketta non c'era?
LAST NIGHT I DREAMT OF LOSITO
di Guia Soncini
Ieri sera, mentre la Littizzetto riciclava stancamente repertorio, Favino metteva su l’aria da «sono un attore vibrante e molto impegnato», Fazio augurava alla prossima erede Favino un mondo senza pilates e televoto, senza personal shopper e senza girocollo, così non nata e già così piena di anatemi e di camicie alla coreana. Ieri sera, mentre i fratelli grandi di quelli che occupano i grattacieli si mettevano il vestito della festa e occupavano la prima serata, e mentre gli zii buoni sgomberavano i nipoti ribelli ma sempre tutto con un buffetto e tanta comprensione. Ieri sera, mentre vedevo il futuro, e il futuro non era mica la gauche-caviar, era la gauche-CondéNast. Ieri sera, mentre chiedevo su Twitter che differenza ci fosse tra la tv del dolore di Maria De Filippi e quella di Fabio Fazio che intervista la mamma di Beslan, e ricevevo tonnellate di risposte iniquamente divise tra «vergognati anche solo di averlo detto» e «ora ti spiego che Beslan è roba di guerra e non di televoto», ma quasi nessuna formulata rendendosi conto che, se va in televisione, è televisione. Ieri sera, mentre andava in onda la replica di Vieni via con me e io esattamente come l’anno scorso pensavo «Hanno evidentemente ragione loro, e ora scusate, questo rumore che avete sentito sono le mie palle che crollano a terra.» Ieri sera, mentre la gente che vuole la tv di qualità si sentiva rasserenata quasi quanto lo è quando legge un buon libro, sorseggiando una tisana, mentre i bambini giocano con giocattoli di legno. Ieri sera, mentre la società civile a casa annuiva vigorosa e quella in studio applaudiva convinta a ogni lode al Presidente della Repubblica, a ogni nostalgia delle librerie di quartiere, a ogni signoramiismo sulle ricevute nei ristoranti, a ogni grillismo in ritardo sul bere l’acqua di sorgenti lontane, a ogni non sequitur di senso se non di sintassi. Ieri sera, mentre il ceto medio riflessivo si allargava come accade in caso di evento, quel tanto che basta a includere, oltre alle professoresse democratiche, le sciampiste con velleità culturali che ritengono più presentabile farsi scaldare da Saviano che da un calciatore, le zelanti tardive contenutiste con uno scaffale Ikea per i totem culturali da spendersi in società, le quali correvano a controllare dove fosse l’Ossezia per poi – con l’impeto di chi se ne occupa da sempre e aspettava da anni al varco del telecomando ma nessuna D’Urso mai, per tacer di quanto trascuri quell’area Giletti – per poi dirti che chi critica un programma che parla di Beslan deve vergognarsi, sìssìssì
La stilettata quotidiana
Maura Viperetta
C'è anche #elisa che suona il pezzo che ha imparato quest'anno e #saviano vestito da compagno povero
la comicità della #littizzetto fa sembrare moderno plauto: scherzare difetti fisici, doppi sensi sessuali, citare pubblicità di 2 anni prima
Appartamento67 @Appartamento67 No no no no, la Littizzetto parla della Donna e sa dire solo patata e tette? Ma dai, basta! Basta parlare di tette! #quellochenonho
Davide Licordari @davidelico La Littizzetto è così scontata che è in corsa per essere la futura direttrice della Lidl Italia.
comunque essendo il saggio di fine corso, la trasmissione di #fazio è copiata da questa canzone di #pacifico,http://t.co/NlF0ei9A
Aldo Grasso per il Corriere della Sera
Il destino delle parole è che invecchiano e si usurano con gli uomini che le usano. Un po' martire, un po' rockstar Roberto Saviano vive di parole, ha costruito il suo successo con le parole e, nonostante la giovane età, viene già osannato come un venerato maestro.
Così, con l'aiuto di Fabio Fazio e di illustri «parolieri» come Francesco Piccolo e Michele Serra (seduti in prima fila), ha trovato ospitalità su La7 per ripensare le parole che usiamo (idea non nuovissima). Se un tempo le Officine Grandi riparazioni di Torino servivano a riparare i treni, adesso, come location, riparano parole.
Una sfilata di ospiti illustri o meno prende una parola e la spolvera. Annotava nei suoi diari Lev Tolstoj: «Se tutta la complessa vita di molti passa inconsciamente, allora è come se non ci fosse mai stata». Questo è il destino delle parole: a furia di ripeterle, di sentirle nella quotidianità diventano gusci vuoti. Solo i veri scrittori sanno restituire loro il senso della vita, sanno restituircele come «visione» non come «riconoscimento». Fazio e Saviano vogliono educarci, redimerci, farci sentire migliori. Senza gioia, con pedanteria.
Le loro trasmissioni sono le sole eredi del maestro Manzi, le sole dove la noia viene scambiata per insegnamento, la demagogia per redenzione, la retorica per vaticinio. E, ovviamente, hanno successo perché la tv del dolore conosce tante forme, anche quella di predicare sui suicidi o sui bambini di Beslan. Il clima è sempre quello del rito, della celebrazione: una sorta di consacrazione laica della parola, una necessaria penitenza perché lo sproloquio si offra a noi come eloquio. Sotto le parole, niente. Solo un po' di omelia televisiva, dove quello che non ho si confonde volentieri con quello che non so.
La debolezza di questo reading è che tutti ti fanno venire il senso di colpa, persino Pupi Avati con i suoi ricordi felliniani al borotalco, persino il duo Travaglio-Lerner: se non sei impegnato, sei non vuoi cambiare il mondo con noi, se non usi le parole come arma di difesa civile, insomma sei poco propenso alla bacchettoneria, che tu sia dannato in eterno.
Fra i tanti luoghi comuni, ci sono anche le parole che il ceto medio riflessivo non dovrebbe mai pronunciare perché fanno cafone: sbaglio o la parola marketta non c'era?
LAST NIGHT I DREAMT OF LOSITO
di Guia Soncini
Ieri sera, mentre la Littizzetto riciclava stancamente repertorio, Favino metteva su l’aria da «sono un attore vibrante e molto impegnato», Fazio augurava alla prossima erede Favino un mondo senza pilates e televoto, senza personal shopper e senza girocollo, così non nata e già così piena di anatemi e di camicie alla coreana. Ieri sera, mentre i fratelli grandi di quelli che occupano i grattacieli si mettevano il vestito della festa e occupavano la prima serata, e mentre gli zii buoni sgomberavano i nipoti ribelli ma sempre tutto con un buffetto e tanta comprensione. Ieri sera, mentre vedevo il futuro, e il futuro non era mica la gauche-caviar, era la gauche-CondéNast. Ieri sera, mentre chiedevo su Twitter che differenza ci fosse tra la tv del dolore di Maria De Filippi e quella di Fabio Fazio che intervista la mamma di Beslan, e ricevevo tonnellate di risposte iniquamente divise tra «vergognati anche solo di averlo detto» e «ora ti spiego che Beslan è roba di guerra e non di televoto», ma quasi nessuna formulata rendendosi conto che, se va in televisione, è televisione. Ieri sera, mentre andava in onda la replica di Vieni via con me e io esattamente come l’anno scorso pensavo «Hanno evidentemente ragione loro, e ora scusate, questo rumore che avete sentito sono le mie palle che crollano a terra.» Ieri sera, mentre la gente che vuole la tv di qualità si sentiva rasserenata quasi quanto lo è quando legge un buon libro, sorseggiando una tisana, mentre i bambini giocano con giocattoli di legno. Ieri sera, mentre la società civile a casa annuiva vigorosa e quella in studio applaudiva convinta a ogni lode al Presidente della Repubblica, a ogni nostalgia delle librerie di quartiere, a ogni signoramiismo sulle ricevute nei ristoranti, a ogni grillismo in ritardo sul bere l’acqua di sorgenti lontane, a ogni non sequitur di senso se non di sintassi. Ieri sera, mentre il ceto medio riflessivo si allargava come accade in caso di evento, quel tanto che basta a includere, oltre alle professoresse democratiche, le sciampiste con velleità culturali che ritengono più presentabile farsi scaldare da Saviano che da un calciatore, le zelanti tardive contenutiste con uno scaffale Ikea per i totem culturali da spendersi in società, le quali correvano a controllare dove fosse l’Ossezia per poi – con l’impeto di chi se ne occupa da sempre e aspettava da anni al varco del telecomando ma nessuna D’Urso mai, per tacer di quanto trascuri quell’area Giletti – per poi dirti che chi critica un programma che parla di Beslan deve vergognarsi, sìssìssì
La stilettata quotidiana
Maura Viperetta
si polemizza sul mezzo bene e
si tace sul molto male, tipico dell'intelletuale inutile e snob
domenica 13 maggio 2012
macao @ torre galfa
BOH
ERA APERTO SOLO IL PRIMO PIANO
è
TUTTO SCASSATO, AI MURI CI SONO APPESI I FOGLI CON LE FRASI ISPIRAZIONALI
SCRITTE CON L'UNI POSCA
MI
HAN DETTO CHE ALLE 14 C'ERA LA LETTURA DI BRANI DA LA VITA AGRA DI BIANCIARDI
E
POI DEI CORSI INUTILI DI NON RICORDO COSA
PEGGIO
DELL'ORATORIO E DELL'OCCUPAZIONE AL LICEO
sabato 12 maggio 2012
the social network
The
Social Network si apre con una scena destinata a diventare cult. Il
diciannovenne studente di Harvard Mark Zuckerberg, sandali e calzini bianchi,
felpa antracite Gap, viene piantato dalla sua ragazza, Erica, al termine di una
conversazione nella quale il futuro fondatore di Facebook si produce in una
mitragliata di osservazioni vetrioliche che rivelano la sua condizione di
patologica alienazione. In questo contesto, Gap non è solo un brand , ma
un’espressione del profondo “divario” - anzi, abisso - tra Zeta e gli esseri
umani in generale. Il fatto che un individuo egocentrico, megalomane, incapace
di provare la minima empatia per i propri simili abbia creato un sito che,
almeno sullo schermo, ha la funzione di mettere in contatto le persone è solo
uno degli innumerevoli paradossi della storia (micro) e della Storia (macro). A
un primo livello, The Social Network racconta la vicenda del più giovane
multimilionario di tutti i tempi e del suo impero virtuale fondato su
tradimenti, manipolazioni e inganni reali, perlomeno nella versione narrata da
David Fincher/Aaron Sorkin e, prima ancora, da Ben Mezrich, autore
dell’incandescente The Accidental Billionaires. The Founding of Facebook: A Tale
of Sex, Money, Genius, and Betrayal (2009), che ha ispirato il progetto. Si
dice che dietro a ogni grande uomo vi sia una grande donna. È una delle
innumerevoli stronzate che informano il (non)senso comune. The Social Network
suggerisce piuttosto come a spingere gli uomini a realizzare imprese titaniche
sia l’impossibilità stessa di stabilire relazioni sociali significative, specie
con l’altro sesso (che è poi la premessa di Fight Club). Rigettato da Erica,
ostracizzato ad Harvard dopo una bravata online (Facemash) che rivela ancora
una volta la sua profonda misoginia, il “Punk/Milionario/Genio” - per citare i
poster che tappezzano le metropolitane americane - si appropria di un’idea
concepita da una trifecta di WASP maschi e sviluppa in poche settimane un sito
che promuove tre valori fondamentali: popolarità a ogni costo, vanità di vanità
e culto della personalità. Così facendo il paria diventa idolo, temuto e
venerato in eguali dosi da cortigiani e groupies, Messia di una generazione
ossessionata dal protagonismo senza limite e da forme terminali di attention
deficit disorder. Poco più tardi incontriamo Sean Parker, ideale controparte e
alter ego dello “$tronzo”, per usare l’elegante definizione di Enea. I due sono
similmente egocentrici e paranoici, mitomani e calcolatori, ma laddove il
fondatore di Napster è una rockstar, un pick-up artist che usa come battuta
d’apertura «sono il CEO... Puttana!», il creep e weirdo Zeta sfiora autismo e
Asperger, ossessione compulsiva e nerdume. Del resto, il messaggio del film era
stato rivelato - anzi, spolierato - dalla soundtrack del trailer, una versione
a cappella di Creep dei Radiohead (1992):
“I
don’t care if it hurts,
I wanna
have control
I want
a perfect body
I want
a perfect soul
I want
you to notice
when
I’m not around
You’re
so fuckin’ special
I wish
I was special”
Che poi
esprime l’essenza di Facebook. Come Fight Club, The Social Network si interroga
sul significato della mascolinità nella società contemporanea. Il primo
descriveva una rete sociale definita dai combattimenti fisici; qui la violenza
è sublimata attraverso la popolarità virtuale, ma le dinamiche sono identiche,
O quasi: la prima regola di questo club è informare il numero più alto
possibile di “amici”, perché il valore di una rete dipende dalle dimensioni
della stessa. I social networks sono virus letali. Il capitale sociale, per
dirla con Bourdieu, è la chiave per conquistare quello economico. E il capitale
culturale? È del tutto inutile. I certificati sono carta igienica. Zeta, come
Gates prima di lui, droppa il college, consapevole che prima o poi qualcuno gli
regalerà una laurea sui generis, pardon, honoris causa.
L’unica
funzione delle università è facilitare l’acquisizione del riconoscimento
sociale (vedi la funzione delle cosiddette “confraternite”, che rappresentano
il tessuto stesso della società americana e preparano gli individui alla vita
adulta). Se nell’incipit Zeta andava in bianco, Fincher introduce Sean dopo una
scopata con una studentessa di Stanford, come apprendiamo dalle mutandine color
cremisi della bionda. Tanto Zeta quanto Esse anelano (e ottengono) una
legittimazione sociale ed economica mediante la manipolazione delle
informazioni e delle proprietà intellettuali altrui, impresa facilitata dal
fatto che milioni di persone non aspettano altro che raccontare tutto di sé al
primo guidatore che passa per l’«autostrada dell’informazione» (Al Gore) per
godere di quindici megabit di popolarità. L’apparenza è tutto, come insegnano i
“creativi”, e la felicità non è che un manifesto ai bordi della strada che
strilla “va tutto bene, non preoccuparti, andrà tutto bene” (Don Draper, Mad
Men). Su Facebook esistono solo leader e seguaci. La complessità del mondo è
ridotta alle due macrocategorie di mipiace/nonmipiace. L’etica, come Erica, è stata
rimpiazzata dagli algoritmi. L’intimità è un database e gli affetti si
cancellano in tempo reale con un refresh. Zeta e i suoi adepti parlano un solo
linguaggio, binario e dicotomico, che ha finito per dominare ogni tipo di
performance su quel palcoscenico immateriale che ha avuto il grande merito di
“democratizzare l’accesso alla Rete” e “mettermi in contatto con i compagni
delle medie con cui avevo perso ogni contatto”. Per capire Facebook occorre
rivedere il geniale documentario di Ondi Timoner, We Live in Public (2009),
incentrato sulle imprese del geek e imprenditore Josh Harris, un Zuckerberg
ante litteram ma senza la sua freddezza e autodeterminazione. Harris ha colto
prima di altri (all’inizio degli anni Novanta) che l’ossessione per il controllo
totale, la trasparenza orwelliana, la quantificazione/commercializzazione dei
rapporti umani sarebbero diventate le caratteristiche fondamentali del XXI
secolo. Zeta è riuscito a monetizzare il sogno, o meglio, l’incubo di Harris,
costruendo un’infrastruttura solo apparentemente orizzontale, che invece
esprime la medesima logica di potere delle corti feudali. The Social Network
racconta quel mondo - il nostro - in modo obliquo e indiretto, preferendo
concentrarsi sulla sua mitopoiesi (2003-2005). E lo fa in modo sublime. L’opera
di Fincher possiede lo spessore narrativo e il pathos di Quarto potere. E come
in Rashomon molteplici narrazioni presentate sotto forma di flashback
articolano la complessità di una vicenda che sembrerebbe semplice, mettendo in dubbio
la possibilità stessa di ricostruire episodi tanto banali quanto cruciali.
Quelli di Sorkin non sono dialoghi, ma sessioni di chat: i monosillabi di Zeta,
proferiti alla velocità della luce, alimentati da Red Bull annacquate di Stoli,
protetti da un paio di cuffie. Se è vero che una società si comprende grazie a
quello specchio riflettente e deformante che è il cinema, è facile prevedere
che The Social Network diventerà la narrazione par excellence della prima
decade del XXI secolo, l’era in cui “amico” è diventato un verbo e un
aggettivo. Un’epoca pervasa dall’imperativo della connessione persistente, che
maschera fenomeni diffusi come apatia e afasia dietro a meme, spam e promozioni
virali. Un’epoca definita - ancora una volta - da maschi eterosessuali della
classe medio- alta, alla faccia della retorica dominante che presenta il Web
come uno strumento di liberazione ed emancipazione. Se la pubblicità ha
prodotto anoressia e bulimia, Facebook celebra la fine della privacy e
glorifica la sorveglianza del panopticon interattivo. Tale logica diventa
normativa anche fuori dallo schermo: abbondano le scene in cui la macchina da
presa mostra le ragazze da dietro, ad altezza culo, un esercito di adolescenti
indistinguibili, (s)vestite come pornostar a feste e club (vedi iww.lastnightsparty.com). Fincher
descrive una società vacua e neurotica, vanitosa e darwiniana, distratta e
superficiale, in cui l’autopromozione e l’autoaffermazione in Rete
costituiscono l’unica modalità di interazione possibile con i propri simili. In
questo mondo, il trionfo di Facebook è una conseguenza al tempo stesso
necessaria e sufficiente.
Coda
A pochi
giorni dall’uscita in sala del film, Zuckerberg ha aperto il borsellino e ha
gettato 10 milioni di dollari per promuovere iniziative pedagogiche negli Stati
Unìti e riformare la scuola. Come scrive Zizek nel suo ultimo, apocalittico
saggio, la filantropia rappresenta l’ultima evoluzione dell’ideologia
capitalista.
Matteo Bittanti
(Recensione
tratta dalla rivista "Duellanti", Novembre 2010)
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