Lord Brummel, alla domanda d’un conoscente: "Quale è il vostro lago preferito?" rivolse la domanda al proprio maggiordomo: "Charles, quale è il mio lago preferito?", e il maggiordomo: "Credo sia il lago di ..., signore".
E Brummel, tornando a rivolgersi all’ospite, gli ripetè il nome del lago.
Filippo Nardi l'ho incontrato da discoid una volta. è entrato ha comprato 20-30 dischi a caso, ha preso il numero di un paio di ragazze, ha salutato e se n'è andato.
mercoledì 22 marzo 2006
martedì 21 marzo 2006
venerdì 17 marzo 2006
Universo giusto
Fossi Telly Savalas nella sporca dozzina appena entrato avrei chiesto se c’è una sala da pranzo senza negri o almeno senza quarantenni in baccaglio, ma ogni cosa che si scrive o si dice è sempre scritta o detta tale non per chi la pensa, ma per chi la ascolta o legge, perché vige un conversation code come un dress code e al panino giusto di porta ticinese c’è questo conversation code che i quarantenni in baccaglio parlano di come le cose le avrebbero fatte bene anche se finora non sono andate bene e anche chi scrive scrive leggi dico che non mi piace la gente per piacere a certa gente.
Sì, siamo usciti insieme e ti scateno la technique, ti racconto per filo e per segno oppure ogni tanto infilo la battuta, ti racconto di politica ed economia, dell’economia in germania, che viene voglia di andare davvero in germania a prendere un panino giusto, e fare il drill-down dell’universo, calcolare quanto costa il pane e la farina del panino e capire come si è arrivati alla farina e e poi è aumentato il costo con l’euro perché c’è stata la rivolta tipo come se fosse leggi: ho fatto il classico di manzoniana memoria, e poi davvero capire se è meglio il comunismo o il libero mercato, che la risposta già la sappiamo, che in un mondo perfetto non ci sarebbe il consumismo, ma poi gli uomini per andare avanti hanno bisogno della paura di cadere, del desiderio di schiacciare, e allora ogni forma di razzismo è legittima, contro i negri i brutti gli stupidi gli storpi, e questo più che nazismo è comunismo, come se il nazismo non fosse nato come un bisogno delle persone per la sicurezza di non essere proprio gli ultimi dell’universo (lo diceva gene hackman in missisipi burning, se non sei meglio di [negro / storpio / ebreo / italiano / chissà cosa sarà schifato in futuro], di chi sei meglio?(pensa paradossalmente gene hackman in quel film diceva le cose per scopare, ma in realtà qualsiasi attore e qualsiasi cosa si dica la si dice per mangiare, quindi il cinema non è finzione, ma come dentro un film mi vedrai arrivare un giorno, perchè la vita è un film in cui ognuno ha una parte, però perlopiù da comprimario e allora i film aiutano a vivere meglio questa condizione di chi non riuscirà mai ad arrivare anche se la speranza è l’ultima a morire e l’ultima cosa che un uomo vorrebbe fare è appunto l’ultima cosa che un uomo fa, appunto morire come diceva buffalo bill nel film di altman che non c’era dustin hoffman ma c’era paul newman), sì l’universo dicevamo di questo drill-down, pensa a un pugno di farina nella tua mano e vertiginosa l’escalation del pensiero all’universo che si espande senza sosta dopo il big-bang, ecco io mi chiedo:
ma ci pensi a quanto costa questo sospiro dell’universo?
Se vuoi, se sei un quarantenne in baccaglio, potresti dire (ma vale anche per un bambino di 4 anni con gli occhiali correttivi di plastica, perché quel che conta è immaginare di vedere, oppure vedere davvero e non la montatura, anche se poi la differenza tra vivere bene e vivere male è la montatura, come tra peripatetico e peripatetica è una vocale) che c’è lo spreco di questo respiro enorme infinito dell’universo che si espande, che ha un costo enorme, un debito che viene pagato con il dolore di chi lo deve pagare, e allora c’è questo riporto d’amore che tutti dobbiamo sacrificare per il respiro, e allora la vita degli uomini è infelice perché è loro destino vivere ed esistere solo all’interno di questo respiro ed essere appena il combustibile e la percezione di essere questo pulviscolo di respiro è la cosa più insopportabile, e allora c’è questa gente che è felice che non ha fatto il classico [leggi: ho fatto il classico] che ignora totalmente le dinamiche dell’universo, anzi in realtà le dinamiche dell’universo nessuno le conosce, oppure guarda le conoscevano già, pensa a copernico che non aveva niente a disposizione e aveva già capito (e quindi il nichilismo è quando hai capito solo a metà e pensi che valga buttar via la vita, che comunque è l’unica cosa che hai, e allora la tieni e la sopporti anche se non va bene, perché comunque hai solo quella), e cosa gli serviva aver capito se poi magari non l’aiutava a essere felice, o pensa a giordano bruno che ingaggiava la sua battaglia di astuzia con il tribunale pontificio e poi è morto bruciato, oppure bruno giordano che invece ha giocato con maradona e non vede dio in ogni cosa ma comunque il suo mondo è un pallone.
E pensa, se tu fossi un quarantenne in baccaglio avresti affrontato le origini dell’universo solo per scopare stasera (ma non a caso diresti, se avessi fatto il classico e storia dell’arte, perché c’è un quadro che si intitola l’origine del mondo e sembra che l’ha dipinto schicchi), ma invece questa sera io sono tutta la gente di tutte le parti, non sono solo uno ma sono anche bino, mentre gli altri parlano io mi metto qui in disparte a scrivere una poesia su un tovagliolino, ho un giubbotto aspesi e pinketts non è nemmeno troppo lontano, attraversata la strada c’è il trottoir con tutta la gente strana che si presuppone, si richiede che ci sia in quel locale e dica quelle cose ad alta voce perché ci suonano i the dragons con il cantante rockabilly basettone, e allora proprio te la scrivo una poesia su milano, che le parole fanno male, ma non fanno morire, anche se poi magari viene un mal di stomaco incredibile appena vedo quella persona particolare e la delusione ti porta a perdere e ti lascia abbandonare fino davvero a morire, ma questo è un’altra storia e forse è davvero un po’ cremonini, e invece io ti scrivo sul tovagliolino di questa poesia su milano che sembro anche un po’ niccolò fabi che vive a roma come vincenzo, che poi alberto lo odiava ed è venuto a milano, e ha scritto milano e vincenzo e io invece ti scrivo solo
milano:
sei il centro
per cui si deve passare
sei il piacere
del viaggio da fare
la delusione
dell’arrivare
sei l’emozione
della scoperta
nella prima adolescenza
sei l’ansietà
e l’importanza
del vedersi vivere
nella parte cruciale
dell’esistenza
sei il dolore
di un amore
e comunque
il piacere sottile
in tanto soffrire
di amare
nell’età della ragione
il tempo di fare
quello che tutti si aspettano
tu debba fare
sei il declino
la stanchezza
il continuare a vivere
l’unica cosa
rimasta possibile
nonostante
insopportabile
sei il desiderio di costruire
il doversi sporcare
il compromesso di lavorare
la necessità di prevaricare
l’ammissione dell’imperfezione
la delusione del fallire
l’impossibilità di abbandonarsi
sulle rotaie della metropolitana
la multa che arriva a casa
per chi intralcia il traffico
nel suicidarsi
nel lasciarsi andare
sei il poter far tutto
e desiderare
quel che non si può fare
non far niente
sei il posto da cui fuggire
sei la casa che non è casa
per nessuno
filippino
albanese ivoriano
cingalese
il provvisorio il sopportare
lo stare male
lo stringere i denti
fingere di sorridere
costretti a guardare
quello che si diventa
e non si è voluto
ma ormai è stato
il baratro sempre aperto
il futuro interinale
che ti fa accontentare
l’ostentazione che colma il vuoto
il dolore superato
con il dolore provocato
sei figli e cani
cresciuti dai filippini
l’esternalizzazione degli affetti
come clienti paganti
mai contenti
nel riporto
che si fa di questo amore
che perde nel trasporto
dell’iva il suo valore
sei tutto malgrado tutto
sei niente indifferente
sei il premio di un lavoro fatto bene
l’ostentazione della plusvalenza
costruita sulla sofferenza
la necessità di lavorare
iscrizione alla società civile
pagarsi il mangiare
di materia immateriale
l’aperitivo per la cena
la colazione per il pranzo
la cucina a microonde
gli amori a microonde
lavoro duro
basta che fatturo
non ho tempo per arrivare
dove non ho voglia di andare
l’equilibrio dell’espansione
sulla capacità di sopportazione
l’orgoglio di restare aggrappati
a questo tram che ha per forza motrice
la combustione delle speranze
delle tipe fighe a pagamento
ogni tre mesi una settimana
il divertimento come lavoro
il lavoro finto come divertimento
sei le cose come sono
sei il tempo che viviamo
sei la vita che siamo
il bisogno di amore
e nonostante tutto
non ti amo.
Facci caso: le tipe con le gambe belle anche se sudate i piedi non gli puzzano di sudore, c’è una logica sesquipedale che adesso sarebbe sesquipedale andarti a spiegare, e infatti brad pitt non te la spiegherebbe, però prenderebbe l’apecar e andrebbe al tutti giù per terra vestito male, avvicinerebbe le ragazze e direbbe loro “at veni a fè un giro with me nella zona industriale e poi fermuma e vat sburambuca” e riempirebbe il rimorchio dell’apecar di tipe vogliose che non sanno leggere i dolci e puri sentimenti dei bravi ragazzi che vivono nell’illusione di avere sentimenti più belli di brad pitt e più degni di essere amati come tutti pensano di essere degni amati, verso sera, e quindi io te l’ho spiegata con le parole e brad te l’ha spiegata con l’azione, proprio come secondo comunismo dà il suo apporto in base alle proprie competenze, e allora il comunismo esiste già.
Facci caso: pessoa diceva che se avesse sposato la figlia della sua lavandaia sarebbe stato felice, e dicendolo si riteneva al tempo stesso meglio e peggio della figlia della lavandaia (in realtà sperava che la figlia della lavandaia le leggesse e lo sposasse, ma leggi, la figlia della lavandaia non faceva il classico e ognuno fa le cose per fare altre cose però bisogna farle bene, e invece così pessoa è morto solo e con i vestiti sporchi [di vomito], ma come jimi hendrix, allora se il microcosmo è diverso il macrocosmo è tutto uguale, e serse di fronte all’esercito si mise a piangere perché di lì a cento anni sarebbero tutti morti, e io poi avrei fatto il classico), come ognuno sempre si sopra/sotto/valuta, perché la cosa più difficile è accettarsi, ma che poi è la cosa che tutti fanno, e infatti accettano l’invecchiamento, la solitudine, e anzi sono contenti perché almeno non ne hanno più paura, come le amputazioni fa più impressione vederle che subirle, e infatti poi corrono alle paraolimpiadi e invece io non sopporto e mi fa impressione e cambio canale, perché mi imbarazza troppo, però anch’io ho la passione per le cose imbarazzanti tipo questa cosa che sto scrivendo che stai leggendo.
Sì, siamo usciti insieme e ti scateno la technique, ti racconto per filo e per segno oppure ogni tanto infilo la battuta, ti racconto di politica ed economia, dell’economia in germania, che viene voglia di andare davvero in germania a prendere un panino giusto, e fare il drill-down dell’universo, calcolare quanto costa il pane e la farina del panino e capire come si è arrivati alla farina e e poi è aumentato il costo con l’euro perché c’è stata la rivolta tipo come se fosse leggi: ho fatto il classico di manzoniana memoria, e poi davvero capire se è meglio il comunismo o il libero mercato, che la risposta già la sappiamo, che in un mondo perfetto non ci sarebbe il consumismo, ma poi gli uomini per andare avanti hanno bisogno della paura di cadere, del desiderio di schiacciare, e allora ogni forma di razzismo è legittima, contro i negri i brutti gli stupidi gli storpi, e questo più che nazismo è comunismo, come se il nazismo non fosse nato come un bisogno delle persone per la sicurezza di non essere proprio gli ultimi dell’universo (lo diceva gene hackman in missisipi burning, se non sei meglio di [negro / storpio / ebreo / italiano / chissà cosa sarà schifato in futuro], di chi sei meglio?(pensa paradossalmente gene hackman in quel film diceva le cose per scopare, ma in realtà qualsiasi attore e qualsiasi cosa si dica la si dice per mangiare, quindi il cinema non è finzione, ma come dentro un film mi vedrai arrivare un giorno, perchè la vita è un film in cui ognuno ha una parte, però perlopiù da comprimario e allora i film aiutano a vivere meglio questa condizione di chi non riuscirà mai ad arrivare anche se la speranza è l’ultima a morire e l’ultima cosa che un uomo vorrebbe fare è appunto l’ultima cosa che un uomo fa, appunto morire come diceva buffalo bill nel film di altman che non c’era dustin hoffman ma c’era paul newman), sì l’universo dicevamo di questo drill-down, pensa a un pugno di farina nella tua mano e vertiginosa l’escalation del pensiero all’universo che si espande senza sosta dopo il big-bang, ecco io mi chiedo:
ma ci pensi a quanto costa questo sospiro dell’universo?
Se vuoi, se sei un quarantenne in baccaglio, potresti dire (ma vale anche per un bambino di 4 anni con gli occhiali correttivi di plastica, perché quel che conta è immaginare di vedere, oppure vedere davvero e non la montatura, anche se poi la differenza tra vivere bene e vivere male è la montatura, come tra peripatetico e peripatetica è una vocale) che c’è lo spreco di questo respiro enorme infinito dell’universo che si espande, che ha un costo enorme, un debito che viene pagato con il dolore di chi lo deve pagare, e allora c’è questo riporto d’amore che tutti dobbiamo sacrificare per il respiro, e allora la vita degli uomini è infelice perché è loro destino vivere ed esistere solo all’interno di questo respiro ed essere appena il combustibile e la percezione di essere questo pulviscolo di respiro è la cosa più insopportabile, e allora c’è questa gente che è felice che non ha fatto il classico [leggi: ho fatto il classico] che ignora totalmente le dinamiche dell’universo, anzi in realtà le dinamiche dell’universo nessuno le conosce, oppure guarda le conoscevano già, pensa a copernico che non aveva niente a disposizione e aveva già capito (e quindi il nichilismo è quando hai capito solo a metà e pensi che valga buttar via la vita, che comunque è l’unica cosa che hai, e allora la tieni e la sopporti anche se non va bene, perché comunque hai solo quella), e cosa gli serviva aver capito se poi magari non l’aiutava a essere felice, o pensa a giordano bruno che ingaggiava la sua battaglia di astuzia con il tribunale pontificio e poi è morto bruciato, oppure bruno giordano che invece ha giocato con maradona e non vede dio in ogni cosa ma comunque il suo mondo è un pallone.
E pensa, se tu fossi un quarantenne in baccaglio avresti affrontato le origini dell’universo solo per scopare stasera (ma non a caso diresti, se avessi fatto il classico e storia dell’arte, perché c’è un quadro che si intitola l’origine del mondo e sembra che l’ha dipinto schicchi), ma invece questa sera io sono tutta la gente di tutte le parti, non sono solo uno ma sono anche bino, mentre gli altri parlano io mi metto qui in disparte a scrivere una poesia su un tovagliolino, ho un giubbotto aspesi e pinketts non è nemmeno troppo lontano, attraversata la strada c’è il trottoir con tutta la gente strana che si presuppone, si richiede che ci sia in quel locale e dica quelle cose ad alta voce perché ci suonano i the dragons con il cantante rockabilly basettone, e allora proprio te la scrivo una poesia su milano, che le parole fanno male, ma non fanno morire, anche se poi magari viene un mal di stomaco incredibile appena vedo quella persona particolare e la delusione ti porta a perdere e ti lascia abbandonare fino davvero a morire, ma questo è un’altra storia e forse è davvero un po’ cremonini, e invece io ti scrivo sul tovagliolino di questa poesia su milano che sembro anche un po’ niccolò fabi che vive a roma come vincenzo, che poi alberto lo odiava ed è venuto a milano, e ha scritto milano e vincenzo e io invece ti scrivo solo
milano:
sei il centro
per cui si deve passare
sei il piacere
del viaggio da fare
la delusione
dell’arrivare
sei l’emozione
della scoperta
nella prima adolescenza
sei l’ansietà
e l’importanza
del vedersi vivere
nella parte cruciale
dell’esistenza
sei il dolore
di un amore
e comunque
il piacere sottile
in tanto soffrire
di amare
nell’età della ragione
il tempo di fare
quello che tutti si aspettano
tu debba fare
sei il declino
la stanchezza
il continuare a vivere
l’unica cosa
rimasta possibile
nonostante
insopportabile
sei il desiderio di costruire
il doversi sporcare
il compromesso di lavorare
la necessità di prevaricare
l’ammissione dell’imperfezione
la delusione del fallire
l’impossibilità di abbandonarsi
sulle rotaie della metropolitana
la multa che arriva a casa
per chi intralcia il traffico
nel suicidarsi
nel lasciarsi andare
sei il poter far tutto
e desiderare
quel che non si può fare
non far niente
sei il posto da cui fuggire
sei la casa che non è casa
per nessuno
filippino
albanese ivoriano
cingalese
il provvisorio il sopportare
lo stare male
lo stringere i denti
fingere di sorridere
costretti a guardare
quello che si diventa
e non si è voluto
ma ormai è stato
il baratro sempre aperto
il futuro interinale
che ti fa accontentare
l’ostentazione che colma il vuoto
il dolore superato
con il dolore provocato
sei figli e cani
cresciuti dai filippini
l’esternalizzazione degli affetti
come clienti paganti
mai contenti
nel riporto
che si fa di questo amore
che perde nel trasporto
dell’iva il suo valore
sei tutto malgrado tutto
sei niente indifferente
sei il premio di un lavoro fatto bene
l’ostentazione della plusvalenza
costruita sulla sofferenza
la necessità di lavorare
iscrizione alla società civile
pagarsi il mangiare
di materia immateriale
l’aperitivo per la cena
la colazione per il pranzo
la cucina a microonde
gli amori a microonde
lavoro duro
basta che fatturo
non ho tempo per arrivare
dove non ho voglia di andare
l’equilibrio dell’espansione
sulla capacità di sopportazione
l’orgoglio di restare aggrappati
a questo tram che ha per forza motrice
la combustione delle speranze
delle tipe fighe a pagamento
ogni tre mesi una settimana
il divertimento come lavoro
il lavoro finto come divertimento
sei le cose come sono
sei il tempo che viviamo
sei la vita che siamo
il bisogno di amore
e nonostante tutto
non ti amo.
Facci caso: le tipe con le gambe belle anche se sudate i piedi non gli puzzano di sudore, c’è una logica sesquipedale che adesso sarebbe sesquipedale andarti a spiegare, e infatti brad pitt non te la spiegherebbe, però prenderebbe l’apecar e andrebbe al tutti giù per terra vestito male, avvicinerebbe le ragazze e direbbe loro “at veni a fè un giro with me nella zona industriale e poi fermuma e vat sburambuca” e riempirebbe il rimorchio dell’apecar di tipe vogliose che non sanno leggere i dolci e puri sentimenti dei bravi ragazzi che vivono nell’illusione di avere sentimenti più belli di brad pitt e più degni di essere amati come tutti pensano di essere degni amati, verso sera, e quindi io te l’ho spiegata con le parole e brad te l’ha spiegata con l’azione, proprio come secondo comunismo dà il suo apporto in base alle proprie competenze, e allora il comunismo esiste già.
Facci caso: pessoa diceva che se avesse sposato la figlia della sua lavandaia sarebbe stato felice, e dicendolo si riteneva al tempo stesso meglio e peggio della figlia della lavandaia (in realtà sperava che la figlia della lavandaia le leggesse e lo sposasse, ma leggi, la figlia della lavandaia non faceva il classico e ognuno fa le cose per fare altre cose però bisogna farle bene, e invece così pessoa è morto solo e con i vestiti sporchi [di vomito], ma come jimi hendrix, allora se il microcosmo è diverso il macrocosmo è tutto uguale, e serse di fronte all’esercito si mise a piangere perché di lì a cento anni sarebbero tutti morti, e io poi avrei fatto il classico), come ognuno sempre si sopra/sotto/valuta, perché la cosa più difficile è accettarsi, ma che poi è la cosa che tutti fanno, e infatti accettano l’invecchiamento, la solitudine, e anzi sono contenti perché almeno non ne hanno più paura, come le amputazioni fa più impressione vederle che subirle, e infatti poi corrono alle paraolimpiadi e invece io non sopporto e mi fa impressione e cambio canale, perché mi imbarazza troppo, però anch’io ho la passione per le cose imbarazzanti tipo questa cosa che sto scrivendo che stai leggendo.
giovedì 16 marzo 2006
Unsensitive
dire alla segretaria di contattare una sensitiva per ritrovare il telecomando del garage
Britney's Guide to Semiconductor Physics

ah, dimenticavo, qual è la forma dell'universo?

la seconda che hai detto.
Si, proprio con il big bang e l'inflazione, la materia oscura e l'energia oscura, con l'universo permeato da un campo con brusca transizione di fase, che quando l'universo era ancora giovane, ha causato un'accelerazione dell'universo tale che le varie regioni dello spazio in quel periodo si sono allontanate a velocita' superiore a quella della luce.

ah, dimenticavo, qual è la forma dell'universo?

la seconda che hai detto.
Si, proprio con il big bang e l'inflazione, la materia oscura e l'energia oscura, con l'universo permeato da un campo con brusca transizione di fase, che quando l'universo era ancora giovane, ha causato un'accelerazione dell'universo tale che le varie regioni dello spazio in quel periodo si sono allontanate a velocita' superiore a quella della luce.
venerdì 10 marzo 2006
giovedì 9 marzo 2006
A dispetto di quel che da tempo attestano, unanimi, i sondaggi, il risultato delle elezioni che si terranno il 9 e 10 aprile appare ancora quantomai incerto.
È questo un buon motivo perché il direttore del Corriere della Sera spieghi ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché il nostro giornale auspica un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra.
Un auspicio, sia detto in modo altrettanto chiaro, che non impegna l’intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent’anni di vita.
La nostra decisione di dichiarare pubblicamente una propensione di voto (cosa che abbiamo peraltro già fatto e da tempo in occasione delle elezioni politiche) è riconducibile a più di una motivazione.
Innanzitutto il giudizio sull’esito deludente, anche se per colpe non tutte imputabili all’esecutivo, del quinquennio berlusconiano: il governo ha dato l’impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di aver badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese.
In secondo luogo riterremmo nefasto, per ragioni che abbiamo già espresso più volte, che dalle urne uscisse un risultato di pareggio con il corollario di grandi coalizioni o di soluzioni consimili; e pensiamo altresì che l’alternanza a Palazzo Chigi - già sperimentata nel 1996 e nel 2001 - faccia bene al nostro sistema politico.
Per terzo, siamo convinti che la coalizione costruita da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni anche per il modo con il quale in questa campagna elettorale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento.
Merito, questo, oltreché di Romano Prodi, di altre quattro o cinque personalità del centrosinistra. Il leader della Margherita Francesco Rutelli, che ha saputo trasformare una formazione di ex dc e gruppi vari di provenienza laica e centrista in un moderno partito liberaldemocratico nel quale la presenza cattolica è tutelata in un contesto di scelte coraggiose nel campo della politica economica e internazionale. Piero Fassino, l’uomo che più si è speso per traghettare, mantenendo unito e forte il suo partito, la tradizione postcomunista nel campo dominato dai valori di cui sopra. I radicalsocialisti Marco Pannella e Enrico Boselli che con il loro mix di laicismo temperato e istanze liberali rappresentano la novità più rilevante di questa campagna elettorale. Fausto Bertinotti, il quale per tempo ha fatto approdare i suoi alle sponde della nonviolenza e ha impegnato la propria parte politica in una nitida scelta al tempo della battaglia sulle scalate bancarie (ed editoriali) del 2005.
Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile. E ci sembra che una crescita nel centrodestra dei partiti guidati da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possa aiutare quel campo e l’intero sistema ad evolversi in vista di un futuro nel quale gli elettori abbiano l’opportunità di deporre la scheda senza vivere il loro gesto come imposto da nessun’altra motivazione che non sia quella di scegliere chi è più adatto, in quel dato momento storico, a governare. Che è poi la cosa più propria di una democrazia davvero normale.
Paolo Mieli
È questo un buon motivo perché il direttore del Corriere della Sera spieghi ai lettori in modo chiaro e senza giri di parole perché il nostro giornale auspica un esito favorevole ad una delle due parti in competizione: il centrosinistra.
Un auspicio, sia detto in modo altrettanto chiaro, che non impegna l’intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano e che farà nel prossimo mese da cornice ad un modo di dare e approfondire le notizie politiche quanto più possibile obiettivo e imparziale, nel solco di una tradizione che compie proprio in questi giorni centotrent’anni di vita.
La nostra decisione di dichiarare pubblicamente una propensione di voto (cosa che abbiamo peraltro già fatto e da tempo in occasione delle elezioni politiche) è riconducibile a più di una motivazione.
Innanzitutto il giudizio sull’esito deludente, anche se per colpe non tutte imputabili all’esecutivo, del quinquennio berlusconiano: il governo ha dato l’impressione di essersi dedicato più alla soluzione delle proprie controversie interne e di aver badato più alle sorti personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese.
In secondo luogo riterremmo nefasto, per ragioni che abbiamo già espresso più volte, che dalle urne uscisse un risultato di pareggio con il corollario di grandi coalizioni o di soluzioni consimili; e pensiamo altresì che l’alternanza a Palazzo Chigi - già sperimentata nel 1996 e nel 2001 - faccia bene al nostro sistema politico.
Per terzo, siamo convinti che la coalizione costruita da Romano Prodi abbia i titoli atti a governare al meglio per i prossimi cinque anni anche per il modo con il quale in questa campagna elettorale Prodi stesso ha affrontato le numerose contraddizioni interne al proprio schieramento.
Merito, questo, oltreché di Romano Prodi, di altre quattro o cinque personalità del centrosinistra. Il leader della Margherita Francesco Rutelli, che ha saputo trasformare una formazione di ex dc e gruppi vari di provenienza laica e centrista in un moderno partito liberaldemocratico nel quale la presenza cattolica è tutelata in un contesto di scelte coraggiose nel campo della politica economica e internazionale. Piero Fassino, l’uomo che più si è speso per traghettare, mantenendo unito e forte il suo partito, la tradizione postcomunista nel campo dominato dai valori di cui sopra. I radicalsocialisti Marco Pannella e Enrico Boselli che con il loro mix di laicismo temperato e istanze liberali rappresentano la novità più rilevante di questa campagna elettorale. Fausto Bertinotti, il quale per tempo ha fatto approdare i suoi alle sponde della nonviolenza e ha impegnato la propria parte politica in una nitida scelta al tempo della battaglia sulle scalate bancarie (ed editoriali) del 2005.
Noi speriamo altresì che centrosinistra e centrodestra continuino ad esistere anche dopo il 10 aprile. E ci sembra che una crescita nel centrodestra dei partiti guidati da Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini possa aiutare quel campo e l’intero sistema ad evolversi in vista di un futuro nel quale gli elettori abbiano l’opportunità di deporre la scheda senza vivere il loro gesto come imposto da nessun’altra motivazione che non sia quella di scegliere chi è più adatto, in quel dato momento storico, a governare. Che è poi la cosa più propria di una democrazia davvero normale.
Paolo Mieli
mercoledì 8 marzo 2006
E' difficile scendere a compromessi con la scarsità postbellica di quello che effettivamente si può fare o non si può fare. Non c'è molto da fare per sembrare interessanti. C'è la competitività: se vuoi piacere a una donna devi sembrarle almeno un attimo più interessante di qualcun altro. Anche il virtuale affonda nel ferale. E si ritorna al sistema di riferimento. Sistema talmente permeato dalle cose, che nelle infinite dimensioni virtuali tutto muta, nulla ha prezzo e tutto ha valore. Ed è finalmente la sega, è l'innamorarsi e sapere solo tu che lei è speciale.
Come a carnevale, il giorno in cui non esistono limiti alla creatività, il giorno in cui “io sono così, quello che avrei sempre voluto essere” non si vedono che travestimenti tristi e scialbi. Travestimenti che sanno di stantio, di cultura cinematografica e televisiva rimescolata a fuoco lento e quindi evaporata, lasciandosi dietro solo uno strato di malinconia spesso come burro bruciato.
Travestimenti che urlano a pieni polmoni “è un anno che aspetto di vestirmi così e, udite udite, non riesco comunque a stupire neanche me stesso.” E ancora “Questo è il mio meglio, affrancato da qualsiasi vincolo estetico, ma fa schifo comunque”. E’ il momento in cui il virtuale prende atto della sua sconfitta, e desideroso di salvare un briciolo di dignità si suicida lanciandosi contro la sciabola del reale.
Tutto implode, tutto collassa, tutto torna.
Sono questi i vostri sogni? E’ tutto qui il vostro mondo interiore?
Le linee della vita, che siano tracciate su una mano o tra due assi cartesiani potranno anche essere infinite, ma tendono comunque ad un gorgo, noi.
Mondi possibili e la banalità del virtuale
Come a carnevale, il giorno in cui non esistono limiti alla creatività, il giorno in cui “io sono così, quello che avrei sempre voluto essere” non si vedono che travestimenti tristi e scialbi. Travestimenti che sanno di stantio, di cultura cinematografica e televisiva rimescolata a fuoco lento e quindi evaporata, lasciandosi dietro solo uno strato di malinconia spesso come burro bruciato.
Travestimenti che urlano a pieni polmoni “è un anno che aspetto di vestirmi così e, udite udite, non riesco comunque a stupire neanche me stesso.” E ancora “Questo è il mio meglio, affrancato da qualsiasi vincolo estetico, ma fa schifo comunque”. E’ il momento in cui il virtuale prende atto della sua sconfitta, e desideroso di salvare un briciolo di dignità si suicida lanciandosi contro la sciabola del reale.
Tutto implode, tutto collassa, tutto torna.
Sono questi i vostri sogni? E’ tutto qui il vostro mondo interiore?
Le linee della vita, che siano tracciate su una mano o tra due assi cartesiani potranno anche essere infinite, ma tendono comunque ad un gorgo, noi.
Mondi possibili e la banalità del virtuale
martedì 7 marzo 2006
lunedì 6 marzo 2006
amo tutto
amo tutto ciò che è stato,
tutto quello che non è più,
il dolore che ormai non mi duole,
l’antica e erronea fede,
l’ieri che ha lasciato dolore,
quello che ha lasciato allegria
solo perché è stato, è volato
e oggi è già un altro giorno.
pessoa
tutto quello che non è più,
il dolore che ormai non mi duole,
l’antica e erronea fede,
l’ieri che ha lasciato dolore,
quello che ha lasciato allegria
solo perché è stato, è volato
e oggi è già un altro giorno.
pessoa
domenica 5 marzo 2006
sabato 4 marzo 2006
il buon gusto colpito da un meteorite

l'installazione + scandalosa di cattelan
le signore del mio palazzo
venerdì 3 marzo 2006
L'utente del forum del deboscio
Ho 22 anni, studio economia ed effettivamente me la passo bene. I miei sono entrambi avvocati, ma non ho voluto seguire le loro orme perché non mi va di essere bollato per sempre come “il figlio di”. Non mi fanno mancare nulla: auto, vestiti, svaghi… e nonostante spesso mi si consideri un ragazzo viziato, in realtà io so di meritare tutto ciò: sono perfettamente in corso, aiuto in casa, curo talvolta anche i bilanci dello studio dei miei. Non come alcuni dei miei amici che girano col mio stesso rolex oyster (regalatomi per il mio primo 30) senza però aver dato nemmeno un esame. Li odio, non so come facciano a non sentirsi in colpa. Ricordo un anno in cui non festeggiai il mio compleanno perché fui bocciato ad economia aziendale. Ma la colpa fu mia. Si perché io non sono uno di quei tipi che frignano additando l’assistente come “lo stronzo” ognivolta che l’esame va a cazzo. E’ sempre colpa tua, il caso non c’entra mai. L’università è fondamentale: prendere una laurea ti fa guardare le cose da una prospettiva più completa. Questo lo so perché i miei me lo hanno insegnato: loro sono partiti da zero, e io mi ritengo fortunato. Sono un tipo molto sveglio, ho miliardi di interessi, credo di essere l’unico nella mia città che suona Heavy Metal, legge Schopenauer e ama fare clubbing. Il tutto con il mio stile: so benissimo come presentarmi in ogni situazione: in disco sempre in tiro ma con discrezione; vesto di qualità, ma quella qualità che solo in pochi possono percepire (ad esempio tengo sempre sbottonato l’ultimo bottone del polsino della mia giacca su misura). Se la comitiva (e io di comitive ne giro parecchie, dai figli dei parlamentari a i figli dei fruttivendoli, perché bisogna parlare con tutti ma non dare confidenza a nessuno) è più modesta cerco di non dare nell’occhio, ma serbo sempre quel dettaglio che chi vuole può cogliere. Gli abiti, le scarpe, l’orologio sono una divisa per un uomo: non bisogna mai sentirsi inferiori. Tutt’al più in casi estremi bisogna comunque dimostrare una certa dignità. Non puoi in ogni caso stonare con l’ambiente che ti circonda. Vivo non proprio al centro, ma non è il quartiere che fa l’uomo.
Il deboscio l’ho conosciuto per caso, per le magliette. Ero dal parrucchiere e ti vedo su Max (che leggo solo lì, beninteso) questi ragazzi quasi miei coetanei che proponevano assieme alle magliette anche una filosofia di vita che è perfettamente in linea con la mia. Cioè quasi, perché effettivamente alcuni aspetti della mia vita erano un po’ poveri. Adesso leggendo il sito, i loro libri e frequentando il forum credo di aver capito perfettamente il loro pensiero e sono intervenuto su di essi. L’altro giorno volevo comprare i braccialetti di gomma della nike ma ripensando all’articolo che loro hanno scritto ho evitato di sporcare il conto della mia american express con una cosa “povera”. Mi sono reso conto che sono circondato da poveri. Ma ora mi sento un debosciato so che non sarò mai come loro. Sul forum poi ho imparato tanti modi di rispondere a tono quando litigo con un povero. In università un giorno una mia amica aveva sclerato e io le ho detto “controllati, non sei mica una scimmia!” Avreste dovuto vedere come ci è rimasta di merda… Ormai riesco a distinguerli perfettamente, i poveri. Mi sono pure iscritto su 2.0. Che risate. Prendere per il culo i bambinetti con le foto di Kakà o delle macchine modificate è uno scherzo, così come abbindolare le troiette di 15 anni con le foto delle vacanze valtur, o che si danno baci saffici davanti l’asse da stiro.
Vorrei tanto conoscere i tipi che stanno dietro a questa rivoluzione culturale. Adesso so cosa e come leggere, cosa e come guardare, cosa e come comprare.
Il deboscio l’ho conosciuto per caso, per le magliette. Ero dal parrucchiere e ti vedo su Max (che leggo solo lì, beninteso) questi ragazzi quasi miei coetanei che proponevano assieme alle magliette anche una filosofia di vita che è perfettamente in linea con la mia. Cioè quasi, perché effettivamente alcuni aspetti della mia vita erano un po’ poveri. Adesso leggendo il sito, i loro libri e frequentando il forum credo di aver capito perfettamente il loro pensiero e sono intervenuto su di essi. L’altro giorno volevo comprare i braccialetti di gomma della nike ma ripensando all’articolo che loro hanno scritto ho evitato di sporcare il conto della mia american express con una cosa “povera”. Mi sono reso conto che sono circondato da poveri. Ma ora mi sento un debosciato so che non sarò mai come loro. Sul forum poi ho imparato tanti modi di rispondere a tono quando litigo con un povero. In università un giorno una mia amica aveva sclerato e io le ho detto “controllati, non sei mica una scimmia!” Avreste dovuto vedere come ci è rimasta di merda… Ormai riesco a distinguerli perfettamente, i poveri. Mi sono pure iscritto su 2.0. Che risate. Prendere per il culo i bambinetti con le foto di Kakà o delle macchine modificate è uno scherzo, così come abbindolare le troiette di 15 anni con le foto delle vacanze valtur, o che si danno baci saffici davanti l’asse da stiro.
Vorrei tanto conoscere i tipi che stanno dietro a questa rivoluzione culturale. Adesso so cosa e come leggere, cosa e come guardare, cosa e come comprare.
giovedì 2 marzo 2006
Neruda deboscio
Il povero è lo schiavo dell'abitudine, ripete ogni giorno gli stessi percorsi, non cambia la marca, non rischia, non parla a chi non conosce.
Il povero preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i", cerca di concentrarsi sul particolare perchè fa fatica a capire le cose nel complesso.
Il povero non capovolge il tavolo, il povero è infelice sul lavoro ma non rischia la certezza per l'incertezza; il povero passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Il povero non fa domande sugli argomenti che non conosce, ma si affanna a rispondere quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Il povero preferisce morire a piccole dosi, perchè per lui essere vivo è appena respirare.
Il povero fa della sopportazione l'illusione della sua felicità.
Il povero preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i", cerca di concentrarsi sul particolare perchè fa fatica a capire le cose nel complesso.
Il povero non capovolge il tavolo, il povero è infelice sul lavoro ma non rischia la certezza per l'incertezza; il povero passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Il povero non fa domande sugli argomenti che non conosce, ma si affanna a rispondere quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Il povero preferisce morire a piccole dosi, perchè per lui essere vivo è appena respirare.
Il povero fa della sopportazione l'illusione della sua felicità.
La più sensazionale e assordante scoperta della scienza moderna - «perché ormai di scoperta si tratta e non di semplice teoria» - è che l’intero universo proviene da un’unica immane esplosione avvenuta 14 miliardi di anni fa. Ce l’abbiamo fatta.
Se ancora non sappiamo bene dove andiamo, almeno sappiamo con certezza da dove veniamo.
Forse presagita da qualche mestatore cinese dell’antichità, o da un monaco tedesco del 1300 mentre miscelava quantità di salnitro, carbone e zolfo, la soluzione dell’origine del mondo è merito di tutti, perché a differenza di altre luminose conquiste della conoscenza non è stata rivendicata da nessuno.
Certo non la colse per primo l’inquietante autore di «eureka», né fu l’abate Lemaître, il meteorologo Friedman o il fisico Gamow, e meno che mai l’imprescindibile Albert Einstein, sebbene un contributo non indifferente spetti all’astrofisico Fred Hoyle, che derise apertamente la grande esplosione come «un’idea da preti», poi paragonandola a una ballerina che salti fuori da una torta durante una festa di compleanno.
Eccepì che «in fisica e in termodinamica un’esplosione è sempre una conseguenza, mai una causa» e chiamò appunto questa «barzelletta» ironicamente «big bang».
E Big Bang fu.
La spiegazione cosmologica, a cui aderiscono con poche eccezioni decine di migliaia di astronomi professionali, prescrive «energia e densità infinità, originariamente priva di elementi costitutivi, esplosa istantaneamente nel nulla sotto forma di punto senza località e dimensioni».
In altri termini, la creazione simultanea e trascendentale del tempo, dello spazio e della materia realizzati con propagazione «superluminale» nei pressi dell’«istante zero».
Le due prove fondamentali e (niente affatto) indipendenti di questa «apparizione mariana» sono il sistematico spostamento spettrale verso il rosso delle galassie esterne e l’esistenza di una debole e diffusa nebbia radio che ci avvolge e che emette fotoni nell’infrarosso estremo come un materiale che si trovi alla bassissima temperatura di 2,7 K°.
Che appare sì distribuita omogeneamente in tutte le direzioni del cielo, ma che viene verificata con antenne al suolo e apparecchiature orbitanti intorno alla terra, vicinissime al nostro sistema locale e lontanissime dal fondo dell’universo che si pretende di misurare.
A questo «bagno» di microonde viene attribuito uno spostamento pseudo-Doppler z = 1.000 che deve corrispondere al «residuo fossile del fireball», una sorta di «Sindone congelata» della creazione che commutò quasi istantaneamente le quantità infinite in quantità quantizzate.
A queste prove fondamentali devono essere aggiunte due «esotiche» entità trasparenti allo spettro elettromagnetico: una strabocchevole «materia oscura» necessaria per condensare stelle e galassie e una misteriosa energia, anch’essa «oscura», in grado di impartire ulteriori accelerazioni al sostrato metrico, e necessaria per sanare le incongruenze nella distribuzione dei redshift rilevati.
Ecco fatto.
Ciò conduce alla spettacolare conseguenza che l’immenso universo si trovi avvolto e confinato entro una regione che 14 miliardi di anni fa aveva le dimensioni del diametro di un protone e che gli astronomi del pianeta terra compiano le loro esplorazioni profonde dal bordo esterno di un imbuto gigantesco che man mano si restringe e che termina oggettivamente nel nulla.
Prendere o lasciare.
Ma se volete dedicarvi all’astrofisica o alla fisica delle particelle tramutando la vostra passione in professione dovete prendere: e farvi accelerare a 72 km/sec per megaparsec in uno spazio la cui geometria è quasi interamente governata da entità instabili e oscure.
L’insindacabile protocollo recita «che c’è stato un Big Bang superluminale», che c’è uno spazio in espansione che dilata «le distanze», che c’è una radiazione a 2,7 K° «che è fossile» e che tutta una fisica «esotica ed elusiva» che attende ancora di essere scoperta, sovrasta le osservazioni astronomiche rendendole pressoché irrilevanti.
E allora, si potrebbe dire: o Dio ha creato i dadi che poi giocano a fare Dio o il mistero disvelato dai cosmologi ai loro contribuenti è basato su estrapolazioni arbitrarie.
Ma il segreto di Pulcinella dell’astronomia professionale è che oggetti con alto spostamento verso il rosso si mostrano fisicamente associati nell’universo a oggetti di basso spostamento verso il rosso e che questo «segreto», accessibile già dalla metà del secolo scorso, è diventato così palese e imponente da minare alla radice l’assunzione cardinale di tutta la cosmologia (cioè la relazione fra lo spostamento verso il rosso, con le distanze e le velocità delle galassie disseminate nello spazio profondo).
Per sopprimere questa evidenza contraria sempre più plateale (confronta «Catalogue of Discordant Redshift Associations» H. Arp, Apeiron, 2003), l’establishment americano si è prodotto in ogni genere di sforzi, ora invocando la probabilità di accavallamento prospettico (che in qualche caso è inferiore a una su un miliardo), ora oscurando ponti, filamenti di materia e bracci di connessione fra oggetti con redshift molto diversi mediante la modulazione dei contrasti delle immagini fotografiche.
Se qualche team operativo dell’Hubble Telescope si sente personalmente ferito o professionalmente calunniato da queste affermazioni, ci sono migliaia di ricercatori (e fra essi numerosi astronomi professionisti) pronti a dimostrare che proprio dall’analisi delle stesse immagini rilasciate dalla NASA e volte a provare la mancanza di qualsiasi collegamento fisico fra i quasar e le galassie, è possibile ricavare i filamenti luminosi che li connettono (per esempio NGC 4319 - QSO Mrk 205, HST Heritage Team).
Così se i quasar sono «segretamente» associati alle galassie attive la questione più scottante non dovrebbe essere l’immediato riesame dell’interpretazione convenzionale dei redhsift (che si pone automaticamente) ma piuttosto: perché nascondere i ponti e i filamenti?
La risposta è ovvia, anche se terribile: perché la falsificazione della relazione di Hubble in termini di velocità e di distanza rimuoverebbe istantaneamente l’espansione dell’universo, la radiazione «fossile», il Big Bang, l’inflazione e la «materia oscura», mentre i Dipartimenti di Cosmologia si troverebbero a dover riconoscere che la molto celebrata origine del mondo è fondata su fisica inadeguata e su estrapolazioni puramente immaginarie.
La stessa Teoria della Relatività Generale, che operazionalmente è lo strumento con cui si rappresenta la struttura cosmica, ne verrebbe investita, e lo «spaziotempo» privato di una sua esistenza oggettiva e ridotto al rango di similitudine geometrica comprometterebbe l’intera «fisica dei buchi neri», che peraltro lo stesso Einstein preferì non imboccare.
Terribile, certo.
E, almeno nell’immediato, catastrofico per l’intero apparato della scienza accademica.
Gli acceleratori di particelle sempre più costosi e potenti, allestiti e progettati con lo scopo dichiarato «di snidare la materia oscura e le particelle energetiche che operavano a ridosso del Big Bang», verrebbero privati dei loro obiettivi primari con l’effetto di trascinare la «Big Science» in una sorta di limbo a metà strada tra l’anno Mille e l’anno zero.
Certo.
Ma, ancor più terribile: esiste al mondo una ragione cosmologica abbastanza forte per riconvertire fondi già assegnati e che proprio per questo potrebbero essere rimessi in discussione? «Forse Arp ha ragione - ha dichiarato l’astronomo italiano Massimo Capaccioli - ma fra cento, o mille anni».
se al posto di una entità ben definita, quale sarebbe un dio, che dovrebbe essere intervenuto per porre "intelligenza" nell'universo, ponessimo che fosse una qualità intrinseca dell'universo stesso, che la materia, l'energia, possiedano al loro interno "l'intelligenza" che nei millenni ha comportato lo sviluppo attuale, la cosa non funzionerebbe bene lo stesso?
Se ancora non sappiamo bene dove andiamo, almeno sappiamo con certezza da dove veniamo.
Forse presagita da qualche mestatore cinese dell’antichità, o da un monaco tedesco del 1300 mentre miscelava quantità di salnitro, carbone e zolfo, la soluzione dell’origine del mondo è merito di tutti, perché a differenza di altre luminose conquiste della conoscenza non è stata rivendicata da nessuno.
Certo non la colse per primo l’inquietante autore di «eureka», né fu l’abate Lemaître, il meteorologo Friedman o il fisico Gamow, e meno che mai l’imprescindibile Albert Einstein, sebbene un contributo non indifferente spetti all’astrofisico Fred Hoyle, che derise apertamente la grande esplosione come «un’idea da preti», poi paragonandola a una ballerina che salti fuori da una torta durante una festa di compleanno.
Eccepì che «in fisica e in termodinamica un’esplosione è sempre una conseguenza, mai una causa» e chiamò appunto questa «barzelletta» ironicamente «big bang».
E Big Bang fu.
La spiegazione cosmologica, a cui aderiscono con poche eccezioni decine di migliaia di astronomi professionali, prescrive «energia e densità infinità, originariamente priva di elementi costitutivi, esplosa istantaneamente nel nulla sotto forma di punto senza località e dimensioni».
In altri termini, la creazione simultanea e trascendentale del tempo, dello spazio e della materia realizzati con propagazione «superluminale» nei pressi dell’«istante zero».
Le due prove fondamentali e (niente affatto) indipendenti di questa «apparizione mariana» sono il sistematico spostamento spettrale verso il rosso delle galassie esterne e l’esistenza di una debole e diffusa nebbia radio che ci avvolge e che emette fotoni nell’infrarosso estremo come un materiale che si trovi alla bassissima temperatura di 2,7 K°.
Che appare sì distribuita omogeneamente in tutte le direzioni del cielo, ma che viene verificata con antenne al suolo e apparecchiature orbitanti intorno alla terra, vicinissime al nostro sistema locale e lontanissime dal fondo dell’universo che si pretende di misurare.
A questo «bagno» di microonde viene attribuito uno spostamento pseudo-Doppler z = 1.000 che deve corrispondere al «residuo fossile del fireball», una sorta di «Sindone congelata» della creazione che commutò quasi istantaneamente le quantità infinite in quantità quantizzate.
A queste prove fondamentali devono essere aggiunte due «esotiche» entità trasparenti allo spettro elettromagnetico: una strabocchevole «materia oscura» necessaria per condensare stelle e galassie e una misteriosa energia, anch’essa «oscura», in grado di impartire ulteriori accelerazioni al sostrato metrico, e necessaria per sanare le incongruenze nella distribuzione dei redshift rilevati.
Ecco fatto.
Ciò conduce alla spettacolare conseguenza che l’immenso universo si trovi avvolto e confinato entro una regione che 14 miliardi di anni fa aveva le dimensioni del diametro di un protone e che gli astronomi del pianeta terra compiano le loro esplorazioni profonde dal bordo esterno di un imbuto gigantesco che man mano si restringe e che termina oggettivamente nel nulla.
Prendere o lasciare.
Ma se volete dedicarvi all’astrofisica o alla fisica delle particelle tramutando la vostra passione in professione dovete prendere: e farvi accelerare a 72 km/sec per megaparsec in uno spazio la cui geometria è quasi interamente governata da entità instabili e oscure.
L’insindacabile protocollo recita «che c’è stato un Big Bang superluminale», che c’è uno spazio in espansione che dilata «le distanze», che c’è una radiazione a 2,7 K° «che è fossile» e che tutta una fisica «esotica ed elusiva» che attende ancora di essere scoperta, sovrasta le osservazioni astronomiche rendendole pressoché irrilevanti.
E allora, si potrebbe dire: o Dio ha creato i dadi che poi giocano a fare Dio o il mistero disvelato dai cosmologi ai loro contribuenti è basato su estrapolazioni arbitrarie.
Ma il segreto di Pulcinella dell’astronomia professionale è che oggetti con alto spostamento verso il rosso si mostrano fisicamente associati nell’universo a oggetti di basso spostamento verso il rosso e che questo «segreto», accessibile già dalla metà del secolo scorso, è diventato così palese e imponente da minare alla radice l’assunzione cardinale di tutta la cosmologia (cioè la relazione fra lo spostamento verso il rosso, con le distanze e le velocità delle galassie disseminate nello spazio profondo).
Per sopprimere questa evidenza contraria sempre più plateale (confronta «Catalogue of Discordant Redshift Associations» H. Arp, Apeiron, 2003), l’establishment americano si è prodotto in ogni genere di sforzi, ora invocando la probabilità di accavallamento prospettico (che in qualche caso è inferiore a una su un miliardo), ora oscurando ponti, filamenti di materia e bracci di connessione fra oggetti con redshift molto diversi mediante la modulazione dei contrasti delle immagini fotografiche.
Se qualche team operativo dell’Hubble Telescope si sente personalmente ferito o professionalmente calunniato da queste affermazioni, ci sono migliaia di ricercatori (e fra essi numerosi astronomi professionisti) pronti a dimostrare che proprio dall’analisi delle stesse immagini rilasciate dalla NASA e volte a provare la mancanza di qualsiasi collegamento fisico fra i quasar e le galassie, è possibile ricavare i filamenti luminosi che li connettono (per esempio NGC 4319 - QSO Mrk 205, HST Heritage Team).
Così se i quasar sono «segretamente» associati alle galassie attive la questione più scottante non dovrebbe essere l’immediato riesame dell’interpretazione convenzionale dei redhsift (che si pone automaticamente) ma piuttosto: perché nascondere i ponti e i filamenti?
La risposta è ovvia, anche se terribile: perché la falsificazione della relazione di Hubble in termini di velocità e di distanza rimuoverebbe istantaneamente l’espansione dell’universo, la radiazione «fossile», il Big Bang, l’inflazione e la «materia oscura», mentre i Dipartimenti di Cosmologia si troverebbero a dover riconoscere che la molto celebrata origine del mondo è fondata su fisica inadeguata e su estrapolazioni puramente immaginarie.
La stessa Teoria della Relatività Generale, che operazionalmente è lo strumento con cui si rappresenta la struttura cosmica, ne verrebbe investita, e lo «spaziotempo» privato di una sua esistenza oggettiva e ridotto al rango di similitudine geometrica comprometterebbe l’intera «fisica dei buchi neri», che peraltro lo stesso Einstein preferì non imboccare.
Terribile, certo.
E, almeno nell’immediato, catastrofico per l’intero apparato della scienza accademica.
Gli acceleratori di particelle sempre più costosi e potenti, allestiti e progettati con lo scopo dichiarato «di snidare la materia oscura e le particelle energetiche che operavano a ridosso del Big Bang», verrebbero privati dei loro obiettivi primari con l’effetto di trascinare la «Big Science» in una sorta di limbo a metà strada tra l’anno Mille e l’anno zero.
Certo.
Ma, ancor più terribile: esiste al mondo una ragione cosmologica abbastanza forte per riconvertire fondi già assegnati e che proprio per questo potrebbero essere rimessi in discussione? «Forse Arp ha ragione - ha dichiarato l’astronomo italiano Massimo Capaccioli - ma fra cento, o mille anni».
se al posto di una entità ben definita, quale sarebbe un dio, che dovrebbe essere intervenuto per porre "intelligenza" nell'universo, ponessimo che fosse una qualità intrinseca dell'universo stesso, che la materia, l'energia, possiedano al loro interno "l'intelligenza" che nei millenni ha comportato lo sviluppo attuale, la cosa non funzionerebbe bene lo stesso?
mercoledì 1 marzo 2006
i film da vedere con la fidanza
Hostel
Due giovani statunitensi, Josh e Paxton, attraversano il vecchio continente zaino in spalla assieme ad Oli, islandese festaiolo incontrato in viaggio. Decisamente più interessato alle droghe e al sesso che ai musei, il trio decide di puntare verso la Slovacchia, dipinta dai più come meta perfetta per il turismo sessuale. Raggiunto un paesino nei pressi di Bratislava, il gruppo si fermerà presso un ostello, constatando come le voci fossero fondate. Dividere la stanza con stupende e disinibite sconosciute per i ragazzi è un sogno che si avvera: un sogno che si rivelerà presto vero incubo.
Spinto da amicizie pesanti, Hostel arriva sui nostri schermi in pompa magna, con tanto di sacchetti per vomitare distribuiti all'ingresso delle sale. Se nella prima parte ci si rifà al tipico preludio da horror sbarazzino, con più seni in primo piano che F-Words in Pulp Fiction, nella seconda si procede alla tanto decantata orgia di sangue ed efferatezza: tutto secondo copione, con tanto di pinze, saldatori e cure medievali. Ostentando conoscenza del genere, Roth riesce a banalizzare un soggetto che rubacchia dall'immaginario snuff e da Il Coraggioso, dando vita ad un prodotto piatto, monocorde e pretenzioso.
Un'accozzaglia di strumenti di tortura, membra e rimandi in cui cercare alte metafore.
Batalla en el cielo
Corpi sfatti e degrado etico-sociale sono un tutt’uno nelle numerose scene erotiche volutamente realistiche ma al tempo stesso vagamente oniriche e descritte con distacco fatalista, come nel caso della fellatio di apertura del film, il cui destinatario, panciuto e un po’ laido, rimane impassibile al consumarsi dell’atto da parte di una ragazza giovane e piacente.
La figlia del generale, Ana, giovane e bella, si prostituisce per puro piacere in un bordello di Città del Messico (megalopoli caotica e degradata) e, occasionalmente, si concede anche a Marcos, che le fa da autista.
Quando Marcos le confessa di aver rapito un neonato, poi morto, Ana, invece di sostenerlo o di comprenderlo, freddamente gli dice che l’unica cosa che può fare è quella di costituirsi. Nel travaglio fra il rimorso per la morte del piccolo e la delusione per il comportamento della giovane (da lui segretamente amata) Marcos attraversa il suo intimo disfacimento esistenziale all’interno una società già di per sè profondamente estranea ed ostile. Una società vista come una macchina (rappresentata dall’immensa bolgia della capitale messicana) che muove i propri ingranaggi in un fluire privo di senso se non quello fine a se stesso del suo gigantesco ed imperscrutabile destino. Alla fine Marcos non potrà fare altro che uccidere Ana, in una spirale di inquietudine e di indifferenza.
Più in fondo di così non si va: costituirsi, uccidersi o morire comunque di rimorso? Toccanti le scene quotidiane fra Marcos e sua moglie, descritti come brutti, disgraziati e infelici, destinati ad una vita senza speranza ma proprio per questo capaci di gesti estremi, per questo uniti l’uno all’altra da un legame indivisibile.
Due giovani statunitensi, Josh e Paxton, attraversano il vecchio continente zaino in spalla assieme ad Oli, islandese festaiolo incontrato in viaggio. Decisamente più interessato alle droghe e al sesso che ai musei, il trio decide di puntare verso la Slovacchia, dipinta dai più come meta perfetta per il turismo sessuale. Raggiunto un paesino nei pressi di Bratislava, il gruppo si fermerà presso un ostello, constatando come le voci fossero fondate. Dividere la stanza con stupende e disinibite sconosciute per i ragazzi è un sogno che si avvera: un sogno che si rivelerà presto vero incubo.
Spinto da amicizie pesanti, Hostel arriva sui nostri schermi in pompa magna, con tanto di sacchetti per vomitare distribuiti all'ingresso delle sale. Se nella prima parte ci si rifà al tipico preludio da horror sbarazzino, con più seni in primo piano che F-Words in Pulp Fiction, nella seconda si procede alla tanto decantata orgia di sangue ed efferatezza: tutto secondo copione, con tanto di pinze, saldatori e cure medievali. Ostentando conoscenza del genere, Roth riesce a banalizzare un soggetto che rubacchia dall'immaginario snuff e da Il Coraggioso, dando vita ad un prodotto piatto, monocorde e pretenzioso.
Un'accozzaglia di strumenti di tortura, membra e rimandi in cui cercare alte metafore.
Batalla en el cielo
Corpi sfatti e degrado etico-sociale sono un tutt’uno nelle numerose scene erotiche volutamente realistiche ma al tempo stesso vagamente oniriche e descritte con distacco fatalista, come nel caso della fellatio di apertura del film, il cui destinatario, panciuto e un po’ laido, rimane impassibile al consumarsi dell’atto da parte di una ragazza giovane e piacente.
La figlia del generale, Ana, giovane e bella, si prostituisce per puro piacere in un bordello di Città del Messico (megalopoli caotica e degradata) e, occasionalmente, si concede anche a Marcos, che le fa da autista.
Quando Marcos le confessa di aver rapito un neonato, poi morto, Ana, invece di sostenerlo o di comprenderlo, freddamente gli dice che l’unica cosa che può fare è quella di costituirsi. Nel travaglio fra il rimorso per la morte del piccolo e la delusione per il comportamento della giovane (da lui segretamente amata) Marcos attraversa il suo intimo disfacimento esistenziale all’interno una società già di per sè profondamente estranea ed ostile. Una società vista come una macchina (rappresentata dall’immensa bolgia della capitale messicana) che muove i propri ingranaggi in un fluire privo di senso se non quello fine a se stesso del suo gigantesco ed imperscrutabile destino. Alla fine Marcos non potrà fare altro che uccidere Ana, in una spirale di inquietudine e di indifferenza.
Più in fondo di così non si va: costituirsi, uccidersi o morire comunque di rimorso? Toccanti le scene quotidiane fra Marcos e sua moglie, descritti come brutti, disgraziati e infelici, destinati ad una vita senza speranza ma proprio per questo capaci di gesti estremi, per questo uniti l’uno all’altra da un legame indivisibile.
martedì 28 febbraio 2006
Il nuovo sito di Tommaso Labranca
C’era l’inaugurazione della mostra stasera. Io avevo trafugato l’invito a Sky e ci ero andato sotto la pioggia, pensando di trovarvi vips e intellettuali. Invece c’erano Cani & Porci, soprattutto porci, attratti dalle promesse vaginali che aleggiano intorno al nome di Helmut Newton. Una massa enorme di persone: l’organizzazione doveva aver invitato tutta la città. E nessuno che fosse minimamente famoso. Davanti c’era una signora sosia di Inge Feltrinelli. Milano è piena di pseudoInge Feltrinelli: signore di una certa età, ma dall’aria giovanile, con lo sguardo angolare in cui zigomi e taglio degli occhi convergono. Dietro avevo due ragazze un po’ attempate che parlavano di sistemi SAP e conversioni aziendali. A fianco due coppiette calabresi che si lamentavano “si vede che siamo in Italia, nessuno sta in coda, dove sono le transenne”, il tutto spintonando i vicini come nel pogo più feroce. Sembrava di essere all’ingresso di una festa in un locale aperto da due giorni e quindi ancora minimamente trendy. Dentro era tutto nero e fucsia, un allestimento davvero bello, con le foto grandi e illuminate (forse era un po’ difficile leggere i titoli). Le foto migliori mi sembravano quelle del genere Sex. Quelle del genere Landscapes, be’… insomma… avrebbe potuto farle chiunque. Riprese dall’aereo, vedute appositamente sfuocate. Invece le foto delle dominatrici, i nudi, gli amplessi iperstilizzati quelli erano solo ed esclusivamente Helmut Newton. Sembrava davvero di essere tornati indietro agli anni Novanta. Tornavano in mente “Sex” di Madonna e i video di George Michael con le top model. Ma anche il pubblico era da vernissage anni Novanta, con gli occhialoni dalle montature pesanti e gli abitini neri delle donne. Madonna tornava anche nella colonna sonora diffusa nei locali della mostra. Anche George Michael tornava, ma sicuramente me ne sono accorto solo io: tra le foto esposte ce n’era una che rappresentava la Sun Tower di Montecarlo, un edificio di oltre 15 piani dove sono state girate alcune scene del video di “Careless Whisper”. Ero emozionato come se avessi scoperto un Leonardo grattando un angolo di tappezzeria nella sala d’aspetto di un notaio.
Insomma, una mostra da non perdere, da vedere magari con il walkman, un po’ come tutte le mostre, così da non sentire i commenti di vecchie viaggiatrici e giovani artisti. La foto più bella: Monica Bellucci con un kleenex sulle labbra e il rossetto che viene assorbito dalla carta.
Un artista può essere considerato un genio, una figura di primo piano quando lega il suo nome a un immaginario, ma anche quando diffonde quell’immaginario presso chi magari non ne conosce il nome. Lynndie England, la soldatessa stronza che ad Abu Ghraib si è fatta fotografare con un prigioniero nudo al guinzaglio, magari non conosceva nemmeno il nome di Helmut Newton, ma pur nella sua bassa ignoranza si sarà sicuramente rifatte a qualche foto sexy-ferina intravista sui giornali e, ispirandosi all’immaginario di un genio ignaro, si sarà sentita dominatrix per un giorno, una specie di Naomi con la cellulite.
C’era l’inaugurazione della mostra stasera. Io avevo trafugato l’invito a Sky e ci ero andato sotto la pioggia, pensando di trovarvi vips e intellettuali. Invece c’erano Cani & Porci, soprattutto porci, attratti dalle promesse vaginali che aleggiano intorno al nome di Helmut Newton. Una massa enorme di persone: l’organizzazione doveva aver invitato tutta la città. E nessuno che fosse minimamente famoso. Davanti c’era una signora sosia di Inge Feltrinelli. Milano è piena di pseudoInge Feltrinelli: signore di una certa età, ma dall’aria giovanile, con lo sguardo angolare in cui zigomi e taglio degli occhi convergono. Dietro avevo due ragazze un po’ attempate che parlavano di sistemi SAP e conversioni aziendali. A fianco due coppiette calabresi che si lamentavano “si vede che siamo in Italia, nessuno sta in coda, dove sono le transenne”, il tutto spintonando i vicini come nel pogo più feroce. Sembrava di essere all’ingresso di una festa in un locale aperto da due giorni e quindi ancora minimamente trendy. Dentro era tutto nero e fucsia, un allestimento davvero bello, con le foto grandi e illuminate (forse era un po’ difficile leggere i titoli). Le foto migliori mi sembravano quelle del genere Sex. Quelle del genere Landscapes, be’… insomma… avrebbe potuto farle chiunque. Riprese dall’aereo, vedute appositamente sfuocate. Invece le foto delle dominatrici, i nudi, gli amplessi iperstilizzati quelli erano solo ed esclusivamente Helmut Newton. Sembrava davvero di essere tornati indietro agli anni Novanta. Tornavano in mente “Sex” di Madonna e i video di George Michael con le top model. Ma anche il pubblico era da vernissage anni Novanta, con gli occhialoni dalle montature pesanti e gli abitini neri delle donne. Madonna tornava anche nella colonna sonora diffusa nei locali della mostra. Anche George Michael tornava, ma sicuramente me ne sono accorto solo io: tra le foto esposte ce n’era una che rappresentava la Sun Tower di Montecarlo, un edificio di oltre 15 piani dove sono state girate alcune scene del video di “Careless Whisper”. Ero emozionato come se avessi scoperto un Leonardo grattando un angolo di tappezzeria nella sala d’aspetto di un notaio.
Insomma, una mostra da non perdere, da vedere magari con il walkman, un po’ come tutte le mostre, così da non sentire i commenti di vecchie viaggiatrici e giovani artisti. La foto più bella: Monica Bellucci con un kleenex sulle labbra e il rossetto che viene assorbito dalla carta.
Un artista può essere considerato un genio, una figura di primo piano quando lega il suo nome a un immaginario, ma anche quando diffonde quell’immaginario presso chi magari non ne conosce il nome. Lynndie England, la soldatessa stronza che ad Abu Ghraib si è fatta fotografare con un prigioniero nudo al guinzaglio, magari non conosceva nemmeno il nome di Helmut Newton, ma pur nella sua bassa ignoranza si sarà sicuramente rifatte a qualche foto sexy-ferina intravista sui giornali e, ispirandosi all’immaginario di un genio ignaro, si sarà sentita dominatrix per un giorno, una specie di Naomi con la cellulite.
lunedì 27 febbraio 2006
Quando mi disse che bisognava fare un partito chiesi: "Come si fa?". E lui: "Mah, non so, vedi tu, in Publitalia ci sono mille persone…". Io andai in Publitalia e ne scelsi 27.
Poi inventò il nome Forza Italia. Quando ce lo comunicò noi restammo perplessi. C'erano altri nomi. Tanti. Forza Italia ci sembrava troppo calcistico. Ma lui è sempre davanti a tutti. Insieme a Guido Dall'Oglio ha scritto anche l'inno di Forza Italia. Il colore azzurro l'ha inventato lui.
Anche lo slogan: "L'Italia è il Paese che amo". Anche il kit del candidato.
Marcello Dell'Utri
Poi inventò il nome Forza Italia. Quando ce lo comunicò noi restammo perplessi. C'erano altri nomi. Tanti. Forza Italia ci sembrava troppo calcistico. Ma lui è sempre davanti a tutti. Insieme a Guido Dall'Oglio ha scritto anche l'inno di Forza Italia. Il colore azzurro l'ha inventato lui.
Anche lo slogan: "L'Italia è il Paese che amo". Anche il kit del candidato.
Marcello Dell'Utri
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