venerdì 14 dicembre 2007
Giuseppe Genna, Catrame
giovedì 6 dicembre 2007
Il valore della vita
SGARBI COME E' AL SOLITO AVANTI 3000 KM
TUTTO QUESTO PASTICCIARE INTORNO ALLA VITA
CHE POI, BASTANO 2 CALCOLI E CAPISCI QUANTO VALI
BASTA CHE:
- DIVIDI LE TIPE CHE TI SEI FATTO FINO AD ORA (NO TROIE) PER LA TUA ETA';
- DIVIDI QUANTO GUADAGNI ALL'ANNO PER2 E PER LA TUA ETA' (SE STUDENTE, LA TUA MEDIA VOTO);
- MOLTIPLICHI I RISULTATI E POI DIVIDI DI NUOVO PER L'ETA'.
ECCO QUANTO VALI
FACCIAMO QUALCHE ESEMPIO
STUDENTE
23 ANNI
MEDIA VOTO 30= 30:23 = 1,3
TIZIE FATTE 40= 40:23 = 1,73
1,73 x 1,3= 2,24 :23 x 10 = UNA VITA AL 97%
EFFETTIVAMENTE E' UN GRAN GALLO
PRENDIAMO UN VECCHIO CHE HA SFONDATO
50 ANNI
TIZIE FATTE 100 = 100:50 = 2
STIPENDIO 250K ANNUI = 250:2:50 = 2,5
2 x 2,5 = 5 : 50 x 10 = UNA VITA AL 100 %, GRAN GALLO ANCHE LUI
PRENDIAMO ORA UN LOSER PROTOTYPE
30 ANNI
TIZIE FATTE 10 = 10:30 = 0,333
STIPENDIO 40K ANNUI = 20 : 30 = 0,666
0,333 X 0,666 = 0,222 :30 x 10 = UNA VITA AL 7%, LA MORTE
domenica 2 dicembre 2007
Nazismo & Società: caso Erba
raffaella castagna era brutta -> bellezza come gerarchia sociale -> discesa della gerarchia sociale -> marito extracomunitario -> vicini spazzini
il marito, azouz -> matrimonio di convenienza x l'ascesa
coniugi bazzi -> visione basica della vita -> lettura dei vicini come protoplasma antisociale -> risposta senza mediazioni sovrastrutturali -> eliminazione
azouz ne trae benificio, ma fortuitamente -> liberato dal vincolo ma fruitore dei benefici connessi ->non è comunque preparato alla sua elevazione
caduta
l'esaltazione dello stato delle cose è totale, la lateralità delle forme di vita minori, la loro inutilità
pangloss would love it
mercoledì 28 novembre 2007
il giorno che si sciolsero i madredeus
Il giorno che si sciolsero i madredeus
era un giorno come gli altri
ero al lavoro e c'erano delle cose che non sapevo fare
che avrei dovuto studiare 5 anni per saperle fare
e mi chiedevo cosa avevo fatto in quei 5 anni
e pensavo a quando, tra 5 anni, mi sarei chiesto
cosa stavo facendo adesso
che ero al telefono con adriana che mi diceva che si erano sciolti i madredeus
(adriana che ho conosciuto perchè a un certo punto della mia vita c'erano stati i madredeus)
i madredeus credevo dentro di me fossero già sciolti
(ma adriana no, anche se non volessi sarebbe sempre qui, come una canzone dei madredeus)
come quando qualcuno se ne va
ma tanto ormai non lo vedevi più
invece i madredeus no, anche loro erano rimasti sempre qui
erano i 21 anni ardenti quando ancora tutto è possibile
l'oceano delle possibilità
rispetto al mediterraneo della mia vita fino ad allora
e quella che è ora e sarebbe stata
21 anni, quel rossore dorato e scarlatto del mattino della vita
quelle grazie del cuore che ancora sogna e si inebria
dell'amore di speranza di quell'età, delle carezze della vergine
che lieve gli si schiude accanto
quando giravo lisbona nei posti
citati nei testi delle canzoni
e mi fermavo al cais das colunas, sugli scalini che degradano nel mare
il quarto lato della praça do comércio, che da tre lati ha i palazzi e il quarto lato è il mare
quei gradini che impercettibilmente scivolano nel mare
come il presente lentamente travolge
propositi e sogni, e senza accorgersi si diventa
quello che non si era pensato
niente di quello che ero allora
è rimasto adesso
anche se sempre lo stesso, ripasso
per le strade della città
lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi
chi non parla a chi non conosce
come fosse possibile non ripetere i percorsi
come fosse possibile capire tutti
come fosse possibile avere amori
e intanto non soffrire per quelli che finiscono
e soprattutto per quelli che non avremo mai
mi ricordo che immaginavo di scrivere i testi dei madredeus
e scrivevo una canzone che diceva
piccole cose, sono tutto quello che ti posso dare
ma un grande amore non è piccola cosa
che niente è più grande dell'amore
amare, amare, ma solo vale la pena
se tu vuoi ricambiare
che un grande amore non è piccola cosa
che niente è più forte dell'amare
è questa l'ora, che ho aspettato tutta la vita
è adesso, è adesso
domenica 25 novembre 2007
venerdì 23 novembre 2007
Shakira uberfica
ma la luce abbaglia, e l'insieme perde il tutto.
dimentica il suo culo per un attimo, solo per un attimo, un attimo solo, e pensa a quello che dice.
She's got the kind of look that defies gravity
She's the greatest cook
And she's fat free
passano gli aerei nella notte,
portano sfigati e persone bellissime,
portano i sogni e i pensieri,
portano il desiderio verso il tramonto.
di andare da un'altra parte, con altra gente
restando sempre gli stessi stronzi,
essere idea e restare di essere corpo,
la nostalgia di posti dove non si è mai stati.
il mio unico sogno
è una collisione nel cielo
io & shakira
esplodere e ricadere
come stelle & scintille.
shakira è stata in tutti i posti,
è tutti i corpi,
è le stelle,
sul suo aereo privato,
è il turbocapitalismo,
è petroldollari e sentimento,
è eternamente e infinitamente oggi
e intanto pensa
She's been to private school
And she speaks perfect French
She's got the perfect friends
Oh isn't she cool
She practices Tai Chi
She'd never lose her nerve
She's more than you deserve
She's just far better than me
Il san carlo dell'anima,
il dorsia del sogno
il posto dove non si arriva.
un prete che nel 1930 prendeva un aereo si sarà sentito più vicino a dio.
io quando sono in aereo penso di essere più vicino a shakira.
dio con simbolino un triangolino.
morire, sul'aereo farsi saltare, se il paradiso è vedere les champs élysées di shakira.
Hey hey
So don't bother
I won't die of deception
I promise you won't ever see me cry
Don't feel sorry
For you, I'd give up all I own
And move to a communist country
If you came with me, of course
And I'd file my nails so they don't hurt you
And lose those pounds, and learn about football
If it made you stay, but you won't, but you won't
malessere e perdizione nell'amore, l'amore illumina, e rende rilucente la propria nudità, la propria inadeguatezza.
andare a scuola, andare al lavoro, e non essere mai shakira.
adeguarsi intanto alle regole del mondo.
trovarsi soli, cambiare città.
fare nuovi amici, iscriversi al corso di latino-americano e poi passare a quello di tango.
quando è sera, tornare a casa.
i taxisti nella notte con cinquant'anni chissà perchè vivono ancora.
come fanno, forse hanno una famiglia da difendere, si inventano qualcosa per non sentirsi gli ultimi.
quando si è ultimi, l'ultima speranza è spostare il gioco, la scommessa, sacrificare tutto a dio.
quando tutto è perduto, quello è il momento di amare tutto, in cui si riesce ad amare tutto.
nella ricerca inesausta, nel desiderio e nell'amore, il senso.
quando mi sento perduto, io innalzo il mio amore a shakira.
So don't bother,
I'll be fine, I'll be fine, I'll be fine, I'll be fine
Promise you won't ever see me cry
And after all I'm glad that I'm not your type, not your type, not your type, not your type
Promise you won't ever see me cry
domenica 11 novembre 2007
la tristezza infinita dell'innamoramento
la totale inadeguatezza dell'esistenza
la distanza siderale delle stelle
il silenzio dell'inverno
il viversi nel ricordo
la proiezione nel desiderio
il sognante affidamento nel futuro che non c'è
la decadenza di ogni sentimento
l'evaporarsi di ogni entusiamo
il pomeriggio di ogni cosa
l'incomunicabilità della nostalgia
l'annullamento nel tempo
l'assenza di ogni speranza
l'improvvisa scintilla di un incontro
la felicità di un momento
un bacione di buonanotte per te
amore mio infinito e lontanissimo.
lunedì 5 novembre 2007
domenica 4 novembre 2007
sabato 3 novembre 2007
mercoledì 31 ottobre 2007
la vita inconosciuta
e ogni idea
che ci si possa formare
è sbagliata.
Io sono quello che non sono
Io vorrei essere quello che sono
ma è impossibile essere quello che si è
chi dice di esserlo
per primo non lo è.
Quanti sbagli ho fatto nella vita
e in quel momento ero convinto
di fare sempre la cosa più giusta,
come chiunque altro
in qualunque momento
in ogni cosa che ha fatto.
D’ora in poi non farò più sbagli
adesso tutto mi è chiaro,
come anche mi era nel passato,
solo che allora mi ero sbagliato
ma adesso sono nel giusto.
Quante fantasie, quante idee
che ho lasciato morire nel tramonto
ma adesso vedo i colori
d’ora in poi la mia convinzione
sarà forza, sarà acciaio
ecco io sarò un guerriero
con un ultracuore palpitante
sotto l’armatura
le mie arterie cyberintrico di fili di ferro
grondanti sangue senza che io senta dolore
sopporterò tutto con la volontà
ucciderò, e fortissimamente amerò
sarò eternamente Io.
E in questa iperconvinzione universale
sottile la mia percezione
di essere un coglione
un satellite di minchiate
alla deriva
nello spazio siderale.
martedì 30 ottobre 2007
domenica 28 ottobre 2007
Amor di perdizione, Camilo Castelo Branco
quelle grazie del cuore che ancora non sogna di frutti e si inebria
del profumo de fiori, dell'amore di speranza di quell'età
il passaggio dal seno della famiglia, dalle braccia della madre
dai baci delle sorelle alle più dolci carezze della vergine
che lieve gli si schiude accanto
come fiore della stessa stagione e dallo stesso aroma
e nella stessa ora della vita
E bandito dalla patria, dall'amore, dalla famiglia
mai più il cielo del Portogallo, né madre né un amico
amò, si perdette e morì amando
Chi mai vide una vita amorosa e non la vide affogata
nelle lacrime della sventura o del pentimento
a quale oscurità mio Dio porta la dedizione al sentimento
che un ragazzo perdette la libertà e la pace
per amore di una donna, la creatura più plasmata dalle dolcezze della pietà
che porta con sè dal cielo un riflesso della divina misericordia
che ci diede la vita ma non di discernere quale fragile vetta di gioia
si affaccia su un abisso di dolore
amò, si perdette e morì amando
Nel 1846 sposa Joaquina Pereira che in breve lascia con una figlia
conosce Isabel Candia, una suora, Maria do Adro morta tisica
Patricia Emilia rapita e abbandonata con una bambina
Ana Placido, sposa di un uomo deciso da suo padre
sarà la sua amante e per il reato di di adulterio segregata nelle carceri
Camillo si consegna alla giustizia e finisce nella stessa prigione
quando vengono liberati, hanno due figli, uno demente, l'altro vagabondo
oppresso dalle difficoltà economiche
si consuma in una sfrenata attività letteraria
diventato cieco si uccide con un colpo di pistola
amò, si perdette e morì amando
sabato 27 ottobre 2007
lunedì 22 ottobre 2007
sabato 20 ottobre 2007
giovedì 18 ottobre 2007
corona's deboscially correct
Il dolore è dolore, anche se ci metti sopra dei soldi non sparisce, fa sempre male
Sarà pure una coincidenza, ma in uno dei giorni più cupi di questa storia, quello ventoso del funerale in Tunisia, spunta Fabrizio Corona, il re delle paparazzate più fatue e dei veleni in formato Nikon digitale. Compare con gli stivali pitonati a punta, il gessato scuro, la pelle abbronzata, le catene d’oro al collo, i capelli raccolti e inzuppati nel gel, all’aeroporto di Malpensa, settore imbarchi internazionali, volo Tunis Air delle 17, destinazione Tunisi.
E’ a metà della fila, con borsa Vuitton, mentre davanti a lui stanno passando i controlli di polizia i membri superstiti della famiglia Castagna, il sindaco di Erba, una manciata di assessori, due amiche di famiglia, una decina di fotografi spediti dai settimanali, sei operatori delle maggiori emittenti tv, una dozzina di giornalisti della carta stampata. C’e’ tensione. I giornalisti non perdono di vista i Castagna. Gli amici della famiglia fanno argine. Qualcuno prova a forzarli. Ci sono spinte, proteste. Nella stiva sono già state imbarcate le due bare, quella di Raffaella e quella di suo figlio, il piccolo Youssef, ma nella superficie degli imbarchi la vita fa finta di niente.
Dieci metri più indietro Fabrizio Corona e’ al telefonino. Secondo le intercettazioni disposte dal pm Henry John Woodcock, quello dell’inchiesta su Vallettopoli che lo tiene sotto controllo da ottobre e lo arresterà un mese e mezzo più tardi, sta parlando con Francesco Coco, il calciatore.
Corona: “Oh, mi sto imbarcando, ci vediamo mercoledì. Torno mercoledì. Vado in Tunisia”.
Coco: “Beato te”.
Corona: “No, vado a fare quella roba di Azouz. Sai quello che gli e’ morto la moglie e il figlio… Ho chiuso l’esclusiva per “Chi” e l’intervista per Costanzo… Quindi vado giù che c’e’ il funerale domani mattina”.
Coco: “Ah…”.
Corona: “Non e’ una bella roba. Quindi ritorno mercoledì, così chiudiamo tutto. Va bene?”.
Fabrizio Corona sembra finto e invece e’ vero. Sembra la caricatura di un gangster, con le giacche a righe, gli anelli, i tatuaggi, i muscoli, le pupe, la Bentley da 530 cavalli. Invece di mestiere produce cibo per casalinghe, sogni per i parrucchieri, brufoli di invidia per le ragazzine E’ nato a Catania il 29 marzo 1974. E’ cresciuto a Milano in mezzo ai giornali, magari anche soffocato dai giornali, e perciò con la voglia strafottente di avvelenare la loro anima per dispetto e per godersi le conseguenze. Il che potrebbe avere anche una spiegazione psicanalitica, vai a sapere, visto che suo padre Vittorio, invece i giornali li amava, li inventava, li accudiva.
Ho conosciuto Vittorio Corona ai tempi in cui creò “Moda” e “King”, i più allegri e intelligenti mensili dei tristi Anni 80, quelli di Craxi, di Andreotti, della truffa collettiva dei Bot, della moltiplicazione del debito pubblico. In controtendenza con l’ossessione del denaro e del cinismo montante, i suoi giornali giocavano a sorpresa con il nuovo star system televisivo, il divismo da tabloid. Sceglievano l’ironia anche nelle foto: mai enfasi, ma tagli di luce spiazzanti, E nelle storie scritte una chiave per trasformare anche la vita quotidiana in un’avventura e una scoperta.
L’ho rivisto mentre, nei mesi elettorali del 1994, fabbricava la prima pagina de “La Voce”, il quotidiano appena fondato da Indro Montanelli. Vittorio lavorava fino all’alba. C’erano pochi soldi e zero mezzi. Per affetto teneva il vecchio all’oscuro di tutte le difficoltà. Ogni tanto – visto che Indro fronteggiava l’insonnia dentro alla sua doppia stanza del Residence Maria Teresa con la sola compagnia della sua Olivetti Lettera 22 - lo chiamava di notte per rassicurarlo: “Ce la faremo”.
“La Voce” campò pochi mesi, a cavallo tra il 1994 e il ’95 causa pochi lettori, poca pubblicità, “nemici spietati”. Chiuse senza rancori, Montanelli ringraziando i lettori, Corona “gli amici coraggiosi”. Perché Vittorio era serio nel fare e nel disfare. Non gli piaceva vivere di risentimenti. Era troppo colto, elegante, per bene. Detestava litigare, detestava apparire. Aveva passioni gentili e ironia siciliana. Aveva buon gusto.
Dunque da dove viene suo figlio? Da dove arrivano le sue smanie? Da quale idea del mondo e della professione?
Un giorno di giugno a Milano, me lo racconta in una conversazione con adrenalina e un po’ di prosopopea, com’è nel carattere. E’ per di più il suo periodo di massimo splendore mediatico. Sta in classifica con il memoriale “La mia prigione”, cronaca dei suoi 80 giorni nel carcere di Milano per l’inchiesta del pm Woodcock. E’ in cima a tutti i rotocalchi. Ha raddoppiato (“rettifico: triplicato!”) il fatturato della sua agenzia. Ammiratrici ancora stazionano sotto alle sue finestre, in zona Garibaldi, Milano, ad aspettare che lui lanci le sue mutande griffate Corona’s.
Parla spavaldo, parla furente. Parte come un treno che non si ferma: “Mi piacerebbe sapere perché se Enrico Mentana fa quattro trasmissioni con Azouz e il pieno di ascolti e’ un grande giornalista. Se io invece gli organizzo le foto e una intervista, allora sono un figlio di puttana che lo sfrutta.
“Bruno Vespa che campa su Cogne da cinque anni allora cos’e’? Un giornalista investigativo, un raccontatore di storie italiane, o uno sfruttatore? Io dico che siamo tutti uguali, siamo giornalisti a caccia di scoop. Facciamo tutti lo stesso mestiere e il più svelto vince. Il fine giustifica i mezzi.
“Ti racconto. Quando Azouz Marzouk compare su tutti i giornali, mi sta simpatico alla prima occhiata. Mando un paio dei miei a fotografarlo. Un giorno ci parliamo al telefono. Ci vediamo. Ci conosciamo. Mi racconta la sua storia. Mi convince. No, non ci credo che sia uno spacciatore. Non prende un grammo di roba, mai. E’ pulito. E’ per bene. E’ una vittima. In più ha la faccia che buca il video. E siccome penso che sia un buon investimento commerciale, e io al denaro ci tengo moltissimo, gli prometto che voglio fare una operazione su di lui. Lo propongo all’Isola dei famosi che mi dice prima di sì, poi no, poi ni. Io insisto, aspetto e continuo a provarci.
“Intanto c’è questa storia del funerale in Tunisia. Mi imbarco sul volo con tutta la truppa di giornalisti. Quando arrivo, Azouz mi ospita a casa sua. Ci intendiamo al volo: accetta di commercializzare. Non mi scandalizzo. Il dolore è dolore, anche se ci metti sopra dei soldi non sparisce, fa sempre male.
“Quindi è vero, lo ammetto: per le foto gli ho dato dei soldi. E allora? Non quelli che hanno scritto, 15 mila euro, ma siamo matti? Meno della metà, meno dei 5 mila che gli ha dato qualche televisione. E dopo i soldi ho fatto fare le foto. Comprese quelle “rubate”, durante la notte, nella camera ardente. Lo ammetto. Ho forzato un po’, ma è nel mio carattere.
“In televisione Azouz ce lo vedo benissimo. Perché? Perché la televisione è quella roba lì. Può non piacere, può fare paura, ma ormai è così. In Italia personaggi veri ce ne sono pochissimi e la televisione ha un bisogno continuo di personaggi per tenere la gente attaccata alle storie. Per questo la tv li pesca dalla cronaca. E più la cronaca è efferata, più il caso è scandaloso, meglio è. Prendi Lapo Elkann. Senza il transessuale non vale molto. Ma dopo la notte con Patrizia, diventa una bomba.
“Guarda, a me la famiglia Castagna fa anche pena, per carità. Poveretti. So cosa vuol dire finire in pasto al pubblico. Ma questo succede a tutti i protagonisti della cronaca da quando esiste l’opinione pubblica. La gente vuole sempre più sangue, e la tv provvede. Non so se è giusto, ma è così.
“Non so neanche perché sono diventato un esempio per tanti ragazzini. Forse perché sono uno che non sta alle regole, che non si piega, che non ha paura dei moralisti. Però non ci tengo a essere un esempio. Non mi interessa. Non ho niente da insegnare: i miei valori sono l’amicizia e poi il denaro. Non è molto. E’ quello che sono: magari sono solo uno stronzo”
Fabrizio Corona non scrive, non legge, non fotografa: “Non so nemmeno come e’ fatta una macchina fotografica e non me ne frega niente”. Non sa che farsene della vita quotidiana e l’unica scoperta che lo eccita è il tradimento. Fabrizio Corona maneggia veleno. Inventa notizie. Spedisce fotografi in caccia. Vende la vita degli altri. Se ne vanta, gli piace.
Quel giorno a Milano mi ha detto: “Limiti? Nessuno. Se i coinvolti sono famosi, lavorano con il pubblico e sono diventati ricchi grazie al pubblico, nessun limite. Perché loro lavorano anche quando vivono”. E quindi: “Queste sono le regole del gioco: loro vivono, io li fotografo, guadagniamo tutti e due”. Persino Nina Moric, sua ex moglie, 29 anni, fotomodella croata, glielo ha rinfacciato in una telefonata intercettata: “Sono soldi marci i tuoi! Soldi marci!”.
Jean Baudrillard ha scritto che il commercio delle immagini sviluppa indifferenza al mondo reale, come una malattia. Corona e’ la malattia. La sua vita vale un romanzo e il romanzo non avrà un lieto fine.
