Alla fine tutto si riduce nella bipartizione azioni/obbligazioni.
Uno si sposa e sta tranquillo, con la sua obbligazione, però il rendimento alla fine è sempre lo stesso, poco attraente; oppure si mette sul mercato ogni giorno, e a volte va bene, a volte va male.
Come nel matrimonio, anche sul lavoro si può scegliere di fare il lavoratore dipendente, e avere il proprio rendimento fisso, oppure fare il libero professionista, soggetto agli sbalzi di umore del mercato (il fatto che attualmente vi siano lavoratori dipendenti, con retribuzioni basse come appunto dipendenti, ma esposti alle variazioni di domanda in quanto interinali, è un'aberrazione inaugurata dal disastroso governo D'Alema e poi proseguita dai governi successivi).
All'interno delle stesse società di consulenza, ci sono le società di tecnologia, come Accenture, dove mettono nella stiva dei programmatori, li frustano a dovere, fanno quel margine dato e tirano avanti in maniera lineare, oppure ci sono quelle che fanno strategia, tipo McKinsey, che a seconda dei periodi fanno i bilioni oppure outplacement.
Anche la religione si presta alla bipartizione: chi è senza fede vive alla giornata, ha in mano le azioni della sua vita e ogni tanto ne riscuote i dividendi in termini di instant satisfactions, mentre le religioni ricordano delle obbligazioni senza cedola, dove il rimborso di capitale è tutto alla scadenza (della vita).
venerdì 21 gennaio 2005
giovedì 20 gennaio 2005
Devo ammettere che una delle ragioni per la quale dipingo carne è perchè la gente si meraviglia tanto a riguardo. Veramente ci sono tante ragioni. Uno dei miei pensieri primari era semplicemente espresso da Virgil Crow quando scrisse: "La vita è una grande illusione". Noi siamo creature di pura energia e "carne", questo è l'elemento che ci tiene qui. Io penso come la "carne" era una volta parte di una bella creatura vivente che è diventata una "sostanza" inanimata che noi trattiamo con un pò di riguardo o accortezza di quello che una volta era...una volta era viva. Recentemente l'artista australiano Flatz diede la notizia di quando lasciò cadere una vacca morta da un elicottero a Berlino. Non mi interessa molto questa specie di arte "shock", ma c'erano parti della storia molto interessanti. Un giovane tentò di fermare legalmente la rappresentazione e il tribunale respinse la protesta perchè la vacca aveva lo stato legale di "cibo". Questo mi affascina. A che punto esatto l'animale passa la linea e diventa carne? Dalla Bibbia, matteo 26:26: "e mentre loro stavano mangiando, Gesù prese il pane e lo benedì, lo spezzò e lo diede ai discepoli e disse, prendete, mangiate; questo è il mio corpo". Ho trovato questo verso della Bibbia fonte di tanta curiosità. E' bizzarro partecipare al rito cattolico ogni domenica quando mangiano il corpo di Cristo nella comunione. L'interpretazione letterale può essere la fonte di visioni senza fine dall'umoristico all'orribile. C'è un ovvio orrore collegato con l'industria della carne. Il sangue, sangue coagulato, la disumana macellazione. Quindi molti di noi partecipano indirettamente a questo evento con vorace consumo di carne. Sue Coe ha esplorato questa "arena" squisitamente nel suo lavoro e nei suoi scritti. Nella mia arte non dò personalmente giudizi o dichiarazioni sul consumo di carne nella nostra cultura. Mi sento più un osservatore. Proprio come T-rex io sono un appassionato mangiatore di carne. Io sento che il consumo di carne animale è un istinto naturale primario, proprio come il sesso e il dipingere. Ma c'è quel paradosso nel sapere come quella deliziosa bistecca di manzo scelto è arrivata sul mio piatto. Noi abbiamo perso ogni tipo di riverenza per questo. Sarebbe interessante se qualcuno avesse ucciso un animale lui stesso prima di guadagnarsi il diritto di mangiarlo. Al di là dell'impatto concettuale, la carne ha semplicemente una forte qualità visiva. La meravigliosa varietà di sapori e modelli della carne è suntuosa. Il sottile turbinare gentilmente intorno con ricchi vermigli e grassi giallo ocra. Queste qualità visive da sole, sono abbastanza seducenti per fare della carne il soggetto di un lavoro artistico. E' glorioso dipingere la carne. E' così facile trascendere il rappresentativo. La carne è stata un soggetto per molti pittori da Rembrandt a Van Gogh
Mark Ryden
lunedì 17 gennaio 2005
sabato 15 gennaio 2005
Dave McKean presenta Narcolepsy a Milano
Dal 15 gennaio al 12 febbraio la retrospettiva completa dei lavori di Dave McKean alla Fabbrica del Vapore a Milano.
Il percorso della mostra è stato pensato dallo stesso McKean, che raggruppa le opere secondo i diversi temi trattati nei vari periodi della sua carriera, che l'ha visto sperimentare per la prima volta tecniche digitali nel campo della grafica.
Fumetto, design, illustrazione, video musicali e cortometraggi.
Martedì-sabato ore 9.30-18.30, domenica 13.00-18.30
ingresso €5
venerdì 14 gennaio 2005
Incerti & Interinali, Depressi e Malati
Incerti & Interinali
Single, laureato, precario e insicuro. Questo è il ritratto che fa l'Eurispes del lavoratore italiano di età compresa tra i 18 e i 40 anni, nel Rapporto Italia 2005 che il presidente Gian Maria Fara presenterà a Roma il 28 gennaio. Un'anticipazione, dunque, che rivela come il lavoro flessibile sia sempre più una condizione permanente per gran parte degli italiani: non solo tra i più giovani, ma anche nella fascia d'età compresa tra i 26 e i 39 anni.
Dall'indagine - condotta tra il 25 novembre 2004 e il 5 gennaio 2005 su un campione di 446 lavoratori atipici - emerge infatti che il 61,7% degli uomini e il 62,8% delle donne intervistati ha lavorato sempre con contratti atipici. Il lavoro flessibile sembra trasformarsi in una permanente condizione lavorativa non solo per i più giovani (il 57% ha tra i 18 e i 25 anni), ma anche tra i 26 e i 32 anni (66,9%) e fra i 33 e i 39 (67,8%).
La stragrande maggioranza del campione (89,7%) risulta inoltre celibe o nubile: appena il 6,5% è sposato, l'1,3% convive e il 2,5% è divorziato o separato. Solo il 6,5%, poi, ha uno o più figli. Il 55,9% è in possesso di master o specializzazione post-laurea, l'83,2 di laurea.
Fara accusa la concezione italiana di flessibilità: ''Purtroppo in Italia è stata interpretata solo come possibilità per l'imprenditore di modificare in qualsiasi momento le condizioni del rapporto di lavoro (e quindi anche le modalità di cessazione), e non come strumento in grado di rendere flessibile l'organizzazione del lavoro''.
La tipologia di contratto più frequente risulta quella ''a progetto'', con il 27,9%; il 22,9 ha un contratto occasionale, il 20,9 è un collaboratore coordinato e continuativo, il 13,2 ha un contratto di tipo subordinato a tempo parziale, l'8,5 lavora tramite agenzie interinali e il 5,4% con un contratto d'inserimento. Inoltre, il 71,5% dei lavoratori atipici percepisce mensilmente lo stipendio, mentre il 10,8 viene pagato ogni 2/3 mesi, lo 0,7 ogni 4/5 e il 5,2 alla consegna del lavoro. Ma c'è anche un 11,2% (soprattutto tra le donne e i più giovani) che viene pagato senza una cadenza regolare. Per i 3/4 di questi lavoratori lo stipendio non supera i 1000 euro netti al mese.
Circa i 2/3 lamentano di conseguenza difficoltà nel far progetti di vita. Per il 66,1% del campione, infatti, la flessibilità ostacola la capacità progettuale, minando alla base la possibilità di operare qualsiasi scelta: la condizione di lavoratore atipico, ad esempio, impedisce a molti l'accesso al credito per mutui o per contrarre affitti.
Il fatto di non avere un lavoro sicuro e stabile procura poi alla maggior parte delle donne stati di ansia (52,5% contro il 37,7% degli uomini) o di stress (56,5%, contro il 32,1% degli uomini) ed espone 1/5 di loro (il 20,5%, contro il 10,4% degli uomini) a stati depressivi frequenti o continui.
AdnKronos
Depressi e Malati
“La salute mentale deve diventare una priorità politica”, ha affermato ieri a Helsinki il commissario europeo alla Salute e alla Protezione dei consumatori, Markos Kyprianou, in apertura della Conferenza ministeriale europea dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dedicata a questo problema, che si concluderà il 15 gennaio.
I suicidi, in Europa, uccidono più persone degli incidenti stradali: 58.000 contro 50.700. I morti per omicidio sono meno di un decimo, 5.350. La maggior parte delle morti per suicidio è legata a problemi di salute mentale o alla depressione. Il 15% dei depressi si toglie la vita e il 56% ci prova.
“Le malattie mentali hanno un tasso di mortalità uguale alle malattie fisiche, come il cancro”, ha affermato il commissario Kyprianou. “Tuttavia, è sorprendente che la questione della salute attenzione riceva scarsa attenzione. Si può dire che è un assassino invisibile. Io sono determinato a cambiare questo stato di cose.”
RSInews
Il Mondo spaccato in due
Resta lo sgomento di fronte a un mondo del lavoro spaccato in due, dove i superprotetti del posto fisso sono sempre più vecchi e sottopagati, mentre i sottoprotetti dell’«up or out», cresci o esci, ringiovaniscono di anno in anno, in molti casi lasciando per strada già dei quarantenni. Nessuno al momento ha soluzioni rassicuranti: solo speranze e nostalgie.
Massimo Gramellini
Single, laureato, precario e insicuro. Questo è il ritratto che fa l'Eurispes del lavoratore italiano di età compresa tra i 18 e i 40 anni, nel Rapporto Italia 2005 che il presidente Gian Maria Fara presenterà a Roma il 28 gennaio. Un'anticipazione, dunque, che rivela come il lavoro flessibile sia sempre più una condizione permanente per gran parte degli italiani: non solo tra i più giovani, ma anche nella fascia d'età compresa tra i 26 e i 39 anni.
Dall'indagine - condotta tra il 25 novembre 2004 e il 5 gennaio 2005 su un campione di 446 lavoratori atipici - emerge infatti che il 61,7% degli uomini e il 62,8% delle donne intervistati ha lavorato sempre con contratti atipici. Il lavoro flessibile sembra trasformarsi in una permanente condizione lavorativa non solo per i più giovani (il 57% ha tra i 18 e i 25 anni), ma anche tra i 26 e i 32 anni (66,9%) e fra i 33 e i 39 (67,8%).
La stragrande maggioranza del campione (89,7%) risulta inoltre celibe o nubile: appena il 6,5% è sposato, l'1,3% convive e il 2,5% è divorziato o separato. Solo il 6,5%, poi, ha uno o più figli. Il 55,9% è in possesso di master o specializzazione post-laurea, l'83,2 di laurea.
Fara accusa la concezione italiana di flessibilità: ''Purtroppo in Italia è stata interpretata solo come possibilità per l'imprenditore di modificare in qualsiasi momento le condizioni del rapporto di lavoro (e quindi anche le modalità di cessazione), e non come strumento in grado di rendere flessibile l'organizzazione del lavoro''.
La tipologia di contratto più frequente risulta quella ''a progetto'', con il 27,9%; il 22,9 ha un contratto occasionale, il 20,9 è un collaboratore coordinato e continuativo, il 13,2 ha un contratto di tipo subordinato a tempo parziale, l'8,5 lavora tramite agenzie interinali e il 5,4% con un contratto d'inserimento. Inoltre, il 71,5% dei lavoratori atipici percepisce mensilmente lo stipendio, mentre il 10,8 viene pagato ogni 2/3 mesi, lo 0,7 ogni 4/5 e il 5,2 alla consegna del lavoro. Ma c'è anche un 11,2% (soprattutto tra le donne e i più giovani) che viene pagato senza una cadenza regolare. Per i 3/4 di questi lavoratori lo stipendio non supera i 1000 euro netti al mese.
Circa i 2/3 lamentano di conseguenza difficoltà nel far progetti di vita. Per il 66,1% del campione, infatti, la flessibilità ostacola la capacità progettuale, minando alla base la possibilità di operare qualsiasi scelta: la condizione di lavoratore atipico, ad esempio, impedisce a molti l'accesso al credito per mutui o per contrarre affitti.
Il fatto di non avere un lavoro sicuro e stabile procura poi alla maggior parte delle donne stati di ansia (52,5% contro il 37,7% degli uomini) o di stress (56,5%, contro il 32,1% degli uomini) ed espone 1/5 di loro (il 20,5%, contro il 10,4% degli uomini) a stati depressivi frequenti o continui.
AdnKronos
Depressi e Malati
“La salute mentale deve diventare una priorità politica”, ha affermato ieri a Helsinki il commissario europeo alla Salute e alla Protezione dei consumatori, Markos Kyprianou, in apertura della Conferenza ministeriale europea dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dedicata a questo problema, che si concluderà il 15 gennaio.
I suicidi, in Europa, uccidono più persone degli incidenti stradali: 58.000 contro 50.700. I morti per omicidio sono meno di un decimo, 5.350. La maggior parte delle morti per suicidio è legata a problemi di salute mentale o alla depressione. Il 15% dei depressi si toglie la vita e il 56% ci prova.
“Le malattie mentali hanno un tasso di mortalità uguale alle malattie fisiche, come il cancro”, ha affermato il commissario Kyprianou. “Tuttavia, è sorprendente che la questione della salute attenzione riceva scarsa attenzione. Si può dire che è un assassino invisibile. Io sono determinato a cambiare questo stato di cose.”
RSInews
Il Mondo spaccato in due
Resta lo sgomento di fronte a un mondo del lavoro spaccato in due, dove i superprotetti del posto fisso sono sempre più vecchi e sottopagati, mentre i sottoprotetti dell’«up or out», cresci o esci, ringiovaniscono di anno in anno, in molti casi lasciando per strada già dei quarantenni. Nessuno al momento ha soluzioni rassicuranti: solo speranze e nostalgie.
Massimo Gramellini
giovedì 13 gennaio 2005
...e la contessa Laure de Chevigné, di cui si innamora ridicolmente, venendone umiliato.
...si fa ricoverare in una clinica privata, per sottoporsi a una cura che dovrebbe ridargli orari di vita normali (già da tempo ormai si corica all'alba e si alza nel tardo pomeriggio).
...non si allontana da Parigi nemmeno quando i tedeschi la minacciano da vicino e la bombardano.
Nella città da cui è scomparsa ogni vita mondana, cena nottetempo al Ritz e, sempre di notte, ottiene di far suonare in casa sua, per lui solo, un quartetto d'archi che esegue, tra gli altri, gli ultimi quartetti di Beethoven.
mercoledì 12 gennaio 2005
Una volta venni incaricata di intervistare Boutros Ghali. Lilli Gruber disse: "Ma perché la prossima volta non fate fare l’intervista alla mia portinaia?". Le mandai una copia del mio libro, Uomini, con una dedica di una ruffianaggine assoluta, quasi vergognosa: alla più grande, alla più bella, alla più straordinaria, alla più unica e fantastica giornalista della terra della quale ho una stima infinita... e lei mi richiamò facendomi un sacco di complimenti.
L’ho imparato leggendo Nietzche. Bisogna sempre ricambiare con una gentilezza esagerata chi ti fa uno sgarbo. Non è ruffianaggine. È saggezza e paraculaggine, l’utilizzo più volgare della cultura a fini privati. Funziona. Ottieni la prostrazione dell’avversario.
Alba Parietti
L’ho imparato leggendo Nietzche. Bisogna sempre ricambiare con una gentilezza esagerata chi ti fa uno sgarbo. Non è ruffianaggine. È saggezza e paraculaggine, l’utilizzo più volgare della cultura a fini privati. Funziona. Ottieni la prostrazione dell’avversario.
Alba Parietti
lunedì 10 gennaio 2005
Il ritorno di Sergio Baracco
E' difficile fare il televenditore. Capita che magari sei famoso, sei Sergio Baracco, vai da Lubrano e lui dice che quello che vendi è solo vetro, e tu gli tiri una torta in faccia. Poi i Fichi d'India diventano famosi grazie a te, dicendo amici ahrararara, però ormai tu non vendi più niente, e allora che fai?
Se sei un grande, sei ha la tempra di un Sergio Baracco, emigri.
Per quella fratellanza che accomuna i connazionali in terra straniera, mi ha fatto piacere ritrovare Sergio Baracco sul canale portoghese delle televendite, Gigashopping.tv.
In pratica la trasmissione è sempre quella: lui propone il classico Lotto Venezia a 100€, aggiunge progressivamente pezzi, tutto in italiano.
A fianco c'è uno spagnolo che traduce in spagnolo quello che dice, e nella versione portoghese c'è una voce fuoricampo che traduce lo spagnolo in portoghese.
Delle sparate di Baracco non filtra praticamente nulla, perchè i traduttori spagnolo e portoghese trasformano tutto in una cosa seria.
Qualcosa del suo talento gli spagnoli lo percepiscono soltanto quando Baracco chiede la traduzione di qualche termine e lo ripete male apposta (dicioito caratos!!!), oppure quando si lancia in lodi sperticate dei rubini burman, che qui da noi erano sangue di piccione e in Spagna sono stati adattati in sangue de touro
domenica 9 gennaio 2005
Un uomo in giacca e cravatta che sta dietro una scrivania, chiama gente al telefono e vende loro prodotti finanziari, è visto come rispettabile. Ma un muratore passa i propri giorni usando la sua mente, le sue arti, i suoi attrezzi e le sue nude mani per costruire qualcosa di tangibile, funzionale e spesso molto bello... C'è la credenza comune che i lavoratori manuali non usino il loro cervello... anche se sei un calciatore o un muratore, la qualità del tuo lavoro ha una diretta correlazione tra la tua intelligenza e l'etica del lavoro.
Paolo Di Canio
NdE: questa citazione di Paolo Di Canio mi è venuta in mente vedendo i servizi che offre la Adaptive Path, la consulting user experience firm in cui lavora Peter Merholz, l'inventore della parola blog.
Paolo Di Canio
NdE: questa citazione di Paolo Di Canio mi è venuta in mente vedendo i servizi che offre la Adaptive Path, la consulting user experience firm in cui lavora Peter Merholz, l'inventore della parola blog.
martedì 4 gennaio 2005
Umberto II a Cascais
Non ho mai avuto molta simpatia per le istituzioni monarchiche che non mi prevedano come principe ereditario, ma in particolare non mi sono mai piaciuti i Savoia, che amano tanto l'Italia ma vivono a Ginevra, che si prendono a cazzotti tra loro ai matrimoni reali.
Ma soprattutto ho sempre trovato indecoroso lo stato in cui avevano lasciato cadere le case di Umberto II a Cascais.
Umberto II, dopo la proclamazione della Repubblica nel giugno del 1946, partì per l'esilio in Portogallo, che aveva già ospitato Carlo Alberto nel 1849 dopo la sconfitta di Novara.
Arrivato in Portogallo, fu ospitato dalla marchesa piemontese Olga de Cadaval in una villetta di Colares, per poi passare il mese successivo in una villa a Cascais offertagli dal conte di Montereal.

In quella villa, la prima Villa Italia, Umberto II visse per una decina di anni, in attesa di completare la costruzione di un'altra villa a fianco, che diventò la definitiva Villa Italia.

Pur essendo vicinissima al centro di Cascais, Villa Italia si protendeva come una semi-penisola nell'oceano, e mi ha sempre dato un senso di assoluta disperazione, come arrivati alla fine di tutto.

Dopo che Umberto II morì, nel 1983, entrambe le ville furono abbandonate alla rovina, fino ad essere vendute a un imprenditore giapponese che quest'anno ha iniziato i lavori per costruirci un hotel e un residence.

Sono stati buttati giù tutti i muri e sono state mantenute solo le due facciate, come simulacro del re italiano che ha vissuto qui, nell'Avenida Rei Humberto II de Itália.
Ma soprattutto ho sempre trovato indecoroso lo stato in cui avevano lasciato cadere le case di Umberto II a Cascais.
Umberto II, dopo la proclamazione della Repubblica nel giugno del 1946, partì per l'esilio in Portogallo, che aveva già ospitato Carlo Alberto nel 1849 dopo la sconfitta di Novara.
Arrivato in Portogallo, fu ospitato dalla marchesa piemontese Olga de Cadaval in una villetta di Colares, per poi passare il mese successivo in una villa a Cascais offertagli dal conte di Montereal.
In quella villa, la prima Villa Italia, Umberto II visse per una decina di anni, in attesa di completare la costruzione di un'altra villa a fianco, che diventò la definitiva Villa Italia.
Pur essendo vicinissima al centro di Cascais, Villa Italia si protendeva come una semi-penisola nell'oceano, e mi ha sempre dato un senso di assoluta disperazione, come arrivati alla fine di tutto.
Dopo che Umberto II morì, nel 1983, entrambe le ville furono abbandonate alla rovina, fino ad essere vendute a un imprenditore giapponese che quest'anno ha iniziato i lavori per costruirci un hotel e un residence.
Sono stati buttati giù tutti i muri e sono state mantenute solo le due facciate, come simulacro del re italiano che ha vissuto qui, nell'Avenida Rei Humberto II de Itália.
domenica 2 gennaio 2005
giovedì 30 dicembre 2004
mercoledì 29 dicembre 2004
Azenhas do Mar
Oggi sono stato ad Azenhas do Mar, dove Wim Wenders girò Lo Stato delle Cose.
Azenhas do Mar è il classico posto dove arrivano delle donne tedesche con la macchina, si mettono sul ciglio della strada su uno strapiombo a duecento metri sul livello del mare, e guardando l'oceano consumano la loro nostalgia da due soldi.
Un po' come me, peraltro.
Peraltro, Lo Stato delle Cose era un bellissimo film.
martedì 28 dicembre 2004
Fine 2004 - Reveillon em Portugal
Oggi sono arrivato a Cascais, dove siamo praticamente tutti: i ragazzi del raduno di Taizé, Woody Allen all'Estoril, Nelly Furtado ad Albufeira, Banda Eva a Figueira da Foz, i Da Weasel a Cascais, Rui Veloso in Praça do Comércio a Lisbona.
Eu estava indeciso entre Cascais e Lisboa, mas jà sei que vou mesmo vêr como Lisboa e o Tejo ganham vida através da Cibernética e da Cor.
Porqué afinal moro em Lisboa.
...c'e' una sola citta',
tra due braccia d'acqua,
acque che abbracciano Lisbona,
il vento del mare ci fa
promesse di viaggi,
vento fresco che richiama
le nostre anime assenti,
Abito a Lisbona,
e cosi' scorre il pomeriggio...
Madredeus, Moro em Lisboa .mp3
lunedì 27 dicembre 2004
A baía de Cascais
Na baía de Cascais, avistei ao longe um barco a arder, vejo o mar nos teus olhos, ao contar-te velhos quadros das viagens, que o mar soube esconder.
Eu pinto esta baía assim, e são mil cores ao pé de mim, nesta baía eu descobri tantas imagens perto de mim...
Só, no cais, vou recordar esse teu olhar, à deriva no mar.
Lembro o mar nos teus olhos ao deixar neste quadro, a saudade, depois de te perder.
Eu pinto esta baía assim, e são mil cores ao pé de mim, nesta baía eu descobri tantas imagens perto de mim...
sabato 25 dicembre 2004
giovedì 23 dicembre 2004
domenica 19 dicembre 2004
sabato 18 dicembre 2004
giovedì 16 dicembre 2004
21 luglio 2001, Caserma Diaz
Non so se davvero questi cazzo di anarchici greci e tedeschi siano violenti come dicono, ma di sicuro puzzano come tori.
Non ce la faccio più a stare in questo stanzone pieno di sacchi a pelo fradici di sudore di mille vacanze, decorati con mille macchie di spermi di tutto il mondo e succhi di frutta secchi e peli multietnici e caccoline di fumo uguali a quelle del naso. Brrrrr, devo farmi una doccia subito.
Il problema è che non voglio fare la doccia nello stanzone.
Sai che palle, appena mi spoglio e mi vedono questo fisico del cazzo da nuotatrice precoce divento l’attrazione della serata.
Sono stufa di battute da piscina sulle mie tette minuscole, le mie spalle larghe e il mio metro e ottantaquattro.
Certo essermi rasata i capelli a zero non aiuta, ma è luglio e io sono di Belluno. Cazzo centra? Centra, centra.
Comunque voglio fare una doccia. Io lo so che ce n’è una piccola da qualche parte in questo casermone. Ne ho girate tante di scuole con la squadra di nuoto, c’è sempre un bagnetto nascosto da qualche parte per i bidelli o i professori.
Mi avventuro. Mi lascio alle spalle i cori baschi e i raggaloops che vengono dai computer della sala stampa e batto a tappeto tutta la scuola.
Lo trovo al terzo piano, è una piccola porta vicino all’armadietto dei detersivi, nello stanzino dove si cambiano le donne delle pulizie, in fondo a uno stretto corridoio con armadietti di metallo, ma se non arrivi in fondo non vedi la porta.
E’ un bagno quadrato, pulitissimo, odora di disinfettante. Uno specchio, un lavandino, un pacco di carta igienica, due box di legno con porta di legno. In uno c’è il water, nell’altro la doccia. Niente asciugamani. Pazienza.
Mi tolgo la T-shirt lunga fino alle ginocchia, poi le mutande.
Sono nuda. Mi guardo allo specchio, mi piaccio. Mi piacciono le mie tettine piccole e le mie spalle larghe, mi piace la mia figa bionda e le gambe lunghe e muscolose. Se fossi un uomo mi troverei bellissima. Loro invece restano sempre un po’ basiti quando mi spoglio, poi la buttano sulla presa in giro.
Le donne no, in genere apprezzano. La fotografa inglese di ieri mi ha baciato meglio di qualsiasi maschietto abbia mai incontrato nei miei diciotto anni.
Apro l’acqua, getto pieno e potente, come piace a me. C’è una bottigliona di bagnoschiuma da supermercato, alla vaniglia.
Il casino che viene dai piani bassi si dissolve in pochi secondi, mixato al getto d’acqua calda che batte sulle piastrelle, rumore di un enorme ventilatore a pale azionato da un motore Harley-Davidson. Oh cazzo, ma questo è un cazzo di elicottero. Esco grondante dalla doccia e mi incollo alla finestra.
Sotto c’ è un sacco di polizia che entra nella scuola. Caschi, scudi e manganelli. Il rumore dell’elicottero è fortissimo, deve essere sopra al tetto.
Poi urla, urla dai piani di sotto. Casino. Casino. Presto, devo scappare.
No, devo pensare.
Afferro la mia maglietta e schizzo fuori dal bagnetto ma appena sono nella stanzetta delle pulizie sento i passi pesanti nel corridoio, lontani. Socchiudo la porta e lo vedo. È uno solo, viene avanti piano, apprendo con il manganello le porte degli armadietti senza lucchetto. Sudato, nervoso, avrà una trentina d’anni. Ho un flash, un’idea.
Ritorno dentro, faccio una palla della mia maglietta e la butto tra i detersivi. Rientro nel bagno lasciando socchiusa la porta.
Mi siedo nuda e fradicia sulla tazza. Tremo. Calma, che posso farcela.
Lo sento entrare nello stanzino. Inizio ad ansimare e sospirare. Lui entra nel bagno guidato dai miei gemiti. Spalanca la porticina di legno con un calcio. Sbarra gli occhi, gli si appanna la visiera.
Quello che vede è una ragazzona nuda e bagnata, che si masturba a occhi chiusi seduta sul cesso, gambe spalancate, figa biondissima e mano sinistra che si strizza le tette. Piccole.
Resta interdetto per qualche secondo, il tempo che io apra gli occhi e finga sorpresa, terrore. Mi copro gli occhi con la sinistra e tengo la destra in mezzo alle gambe.
Vedo il suo sguardo impietrito sulla mia figa. La figa bionda è rara. Lui è sudato da far paura, sento il suo odore attraverso la stoffa sintetica, acre e umido.
Realizza che non ho armi, una ragazzona sporcacciona beccata con la mano tra le cosce, impaurita. Niente pericolo. Una bella storia da raccontare in caserma.
Si toglie il casco. Non è neanche brutto, un po’ tamarro, un trentenne tutto juventus e Golf turbo. Lo guardo, fingo sollievo, poi gli dico: “Chiavami, ti prego”. Mi mette il manganello sotto la gola, ha gli occhi da matto.
Ora mi ammazza.
La mia mano si stacca dalla figa e sale a sfiorare il manganello. Scivolo in ginocchio, chiudo gli occhi e butto la testa indietro.
Sospiro: “Adesso, ti prego, ti prego”, sono il key-frame della femmina indifesa e sottomessa. Inizia a spogliarsi freneticamente, si cala i pantaloni sugli scarponi, si leva il casco, si sbottona il giubbotto. Ha mutande nere, tipo slip, gonfie di cazzo. Glielo prendo in mano e inizio, lui si toglie i guanti e getta via il giubbotto. Lo succhio un po’ sulla punta, sa di selvatico, oggi è il giorno delle puzze.
Alzo gli occhi, ha la maglia avvolta attorno alla testa, cerca nervosamente di sfilarla, ansima qualcosa tipo: “Ora ti spacco, puttana”.
Gli do una spinta neanche tanto forte, ha le gambe impacciate dai pantaloni e le braccia avviluppate nella maglia. Cade all’indietro quasi senza piegarsi. Batte la testa sul bordo del lavandino e fa il bis sul pavimento bagnato con due colpi che rimbombano come cannonate.
E’ immobile. Gli prendo la bomboletta di gas irritante e la tengo pronta. Poi lo spoglio tutto.
Dopo cinque minuti mi alzo in piedi e mi guardo allo specchio di nuovo. Mi piaccio, il mio corpaccione riempie bene la divisa, gli scarponi sono un numero più grandi ma li ho allacciati stretti e ho messo carta igienica in punta. Mi son messa il fazzoletto blu in faccia e il casco. Un bel maschione guerriero. Mi scoperei proprio.
Guardo il poliziotto a terra. Ha un bernoccolo, ma respira regolare. L’uccello è piccolissimo, ora. Prendo le mie mutande dall’armadietto dei detersivi e gliele infilo. Lo sollevo e lo metto seduto sul water, appoggiato al muro. Rido pensando a quando lo troveranno i colleghi, seduto sul cesso con un paio di tanga rosa a disegni di fragoline bianche e la mano sul cazzo.
Basta, è ora di andare. Infilo il corridoio, cerco un passo pesante e furioso, imbocco le scale che scendono verso i piani di sotto, verso i rumori infernali.
Entro in una stanza vuota. Stanza, poi. E’ una dannata aula, e mi ricordo che la abbiamo pulita ieri. Lasciare tutto in ordine, nemmeno una briciolina sul pavimento devono trovare i bravi bambini che torneranno qui in settembre. Ci hanno fatto una testa così: dimostriamoci un movimento pacifico, civile, rispettoso della cosa pubblica. Per rispetto della cosa pubblica mi son messa i guanti di gomma e ho lustrato i cessi una volta al giorno insieme a un gruppo di tedeschi igienisti che non usano i detersivi perchè inquinano e ci danno solo con le mani, l’acqua e gli spazzoloni, e ieri ci è toccato lo straordinario qui, dove qualcuno aveva fatto un festino con formaggio, arance e biscotti.
Sia come sia, l’aula è vuota. Oh cazzo voglio qualcuno che mi veda bella così come sono con la mia divisa. Tutta la vita che sogno una divisa. Da piccola imploravo un vestito da soldato, un vestito da marinaio, anche solo un capello da cow boy e mi sarei leccata le dita o le avrei leccate al generoso offerente. Tutto quello che ho ottenuto dopo una supplica di anni è stata una tuta blu da benzinaio, con camicia giallo limone abbinata. Mia madre non voleva che me la mettessi per uscire. Io me la mettevo. Botte. Me la mettevo di nuovo. Di nuovo botte. Divisa/botte è per la sottoscritta un binomio indissolubile.
Adoro il rumore che fanno gli anfibi sulle mattonelle di questo pavimento. Passo le dita su e giù lungo il mio manganello, mi sento nervosa.
Stanza successiva, niente. Nessuno che si butta ai miei piedi chiedendo pietà, che gli risparmi la vita. E poi dal fondo del corridoio sento arrivare un frastuono promettente. Spalanco la porta dell’aula professori e vedo il bastardo. Vestito di nero, incappucciato, e sta spaccando tutto. Fermo lì, urlo, polizia. Sarà poi della polizia o sarà un carabiniere dei corpi speciali? Una testa di cuoio? Un marine? POLIZIA! Grido di nuovo se non avesse capito, il coglione, che qui sono arrivati l’ordine e la giustizia e che niente resterà impunito, eccetera.
Testa di cazzo, dice lui, sono io. Io chi? Non ho intenzione di guardare in faccia nessuno. Mi avesse riconosciuta per quella che sono, una antiglobal porcella vestita da guardia?
Dammi una mano invece di stare lì a guardare, dice ricominciando a fracassare l’armadio dei registri con una spranga. Faccio un passo avanti - dio che anfibi, é come se ci fossi nata dentro, nemmeno gli stivali mi fanno sentire così bene - e urlo smettila o ti ammazzo. Ah ma allora sei proprio un cazzone, risponde quello, furibondo, e chiede: non vedi che sto lavorando? Mentre si accuccia per tirare fuori una bomboletta di vernice spray e imbrattare i muri gli tiro un calcio in uno stinco, tanto per provare. La punta dell’anfibio non fa un piega anche se non si può dire che questa sia la mia misura. Lui invece si gira come una vipera, le mani sullo stinco, la bocca contratta, e strepita che cazzo fai, sei fuori di testa, ci sarai stato anche tu al brief no? Ti faccio rapporto e via così.
Non lo ascolto quasi. Da sotto sento urla, rumore di vetri infranti, implorazioni di aiuto. Passo rapidamente una mano sulla pistola e penso che potrei ammazzare questo imbecille e poi scendere e seccarli tutti uno dopo l’altro, i bastardi.
Poliziotto impazzito spara sui suoi colleghi. Non sarebbe la prima volta. Poliziotto abbraccia la causa dei manifestanti e apre il fuoco contro i suoi commilitoni. Caso classico, è successo anche durante la rivoluzione d’ottobre senza contare Braveheart. Si mi piace. Si, lo faccio. Lo farei, se il coglionazzo qui non si fosse tirato in piedi e sempre bestemmiando contro di me non avesse cominciato a scrivere anarchy sul muro bianco appena rifatto. Questo non lo sopporto.
Impugno il manganello e gli sono dietro. Più alta di lui, noto. Non che ci voglia molto. Gli piazzo la punta del manganello contro la vertebra centrale e non fa in tempo a dire ehi che gli ho passato il braccio sotto la gola, presa alla Tura Satana in Faster Pussycat, film che non ho mai visto essendo troppo giovane ma ce l’ho scritto nel codice genetico.
Stringo. Benedico gli anni di nuoto che mi hanno fornito di bicipite adeguato. Mentre con soddisfazione mai provata sento che la testa di cazzo comincia a boccheggiare e a afflosciarsi, lancio un’occhiata dalla finestra e vedo un tipo
tutto rasato e molto abbronzato che dalla scuola di fronte sta riprendendo tutta la scena. Ah, finalmente qualcuno che apprezza il mio valore, ora gli faccio un bello spettacolino, roba da riguardare a casa con calma, oh si. Stringo più forte e premo da matti con il manganello sull’osso sacro dello stronzo fottuto bastardo che si finge manifestante anarchico e invece è poliziotto travestito anche malamente perchè nessuno di noi certo metterebbe dei jeans così ben stirati e rigidi, hanno perfino la piega, questi glieli ha lavati la mamma prima che venisse qui a rompere tutto e ... occhiata alle finestra.
Il tipo filma. Film, filma, che mi piace.
Lascio andare la vittima appena un pochino, giusto perchè non muoia e continui a dibattersi. Mi piace che si dibatta. Gli infilo il manganello fra le gambe e glielo strofino forte sotto il cavallo dei pantaloni. Capito la minaccia, bambino?
Ha capito ed è terrorizzato. “Non pisciarti sotto”, gli dico.
“Questo si piscia sotto” grido al regista, tanto perchè sappia che sto collaborando di gusto.
Giro il bastardo e gli strappo il passamontagna. Lo acchiappo per la coda di cavallo - ma ce li avessi io porca puttana questi capelli, e invece non mi stanno in nessun modo - e lo scrollo un po’. Gli passo il manganello sulla bocca chiusa.
Apri la bocca, dico. Lecca, dico. Lecca. Bravo. Gli piazzo l’attrezzo sul cucuzzolo e spingo. Abbassa la faccia sui miei anfibi - certo il tipo su del gabinetto li teneva male, fossero miei, anzi adesso che sono miei, li terrò sempre lucidissimi. Lucida, gli dico. Ora rido un sacco. Mentre sta ancora lucidando, gli mollo una manganellata in testa e me ne scappo giù per le scale. Trovo urla, grida, sangue e teste rotte, tutto quello che poi si vedrà in televisione ma io lo vedo per prima e davvero fa male e paura. Cerco la fotografa inglese dita di fata lingua al fulmicotone, che non me la lascio portar via da nessuno, che me la tengo per tutta la vita, che me la porto a casa, che anzi vado io a casa sua perchè Londra mi hanno detto che è bella.
La trovo in un angolo, con gli occhi sbarrati, che aspetta il suo turno, aspetta che la macellino come gli altri. Quando mi avvicino lancia un urlo e si copre la faccia con le mani. Guardo il mio manganello pieno di sangue, guardo lei. Mi accuccio e sbottono sveltissima la giacca sul davanti, le mostro le tette. “Mi riconosci?” chiedo. “Piccole ma toste. Sono io, ti porto via”.
La porto via come una bambola, quando arriviamo sul retro mi tolgo le insegne militari, bacio il manganello e sto per abbandonarlo ma lei rinviene un attimo e sussurra no, quello portiamocelo via, decisamente la amo, non osavo proporlo.
Siamo a letto nude, soddisfatte e mai soddisfatte da ormai due giorni. Lei ha soldi e ce ne siamo venute in un albergo in Riviera per dimenticare. Accendiamo la tv ogni tanto così abbiamo l’impressione di non esser proprio tagliate fuori.
Mentre guardiamo la tv le tengo due dita nella figa per poter ricominciare in qualunque momento. Ricomincio. “Want to see the news” dice lei. Tutto quello che vuoi baby, ti faccio vedere le news. Dicono quelli delle news che Genova è stato un casino, la polizia è sputtanata, le violenze sono state smascherate da un video amatoriale girato la notte dell’assalto alla scuola Diaz. Cazzo le dico proprio dove eravamo noi. Vedi da che cosa ti ho salvato? Immagini sullo schermo, voce agitata dello speaker. Si vede un poliziotto grosso e cattivo che quasi strangola un manifestante, lo fa inginocchiare e lo costringe darsi da fare con il manganello. “God” grida lei. Lo speaker dice che il poliziotto è irreperibile, che tutta la polizia è sotto accusa. “God” grida adesso di nuovo lei, ma questa volta tutta contenta. God un cazzo di niente, cretina, dico fierissima.
Non vedi che quella in divisa sono io. La guardia era lui, ma era vestito come uno di noi. Stava in sala professori a far danni e poi dare la colpa al movimento. L’avevo pulita io il giorno prima quella stanza, e lui era lì dentro a far scritte con la bomboletta. L’ho conciato a dovere.
Vorrei raccontarle l’impresa eroica in tutti i dettagli tanto per far lavorare la lingua in un modo diverso, ma intanto le fighe insaziabili non stanno mai a sentire. Questa ha tirato su la testa ma si tiene immobile dalla vita in giù per non compromettere il mio capolavoro underground. Guarda me, guarda il manganello.
Guarda il manganello, guarda me.
Serissima, è serissima.
Oh.
Tiro via le dita, le asciugo sul suo pelo, recupero il manganello.
Dico: corro, mio vero amore, corro a lavarlo.
Non ce la faccio più a stare in questo stanzone pieno di sacchi a pelo fradici di sudore di mille vacanze, decorati con mille macchie di spermi di tutto il mondo e succhi di frutta secchi e peli multietnici e caccoline di fumo uguali a quelle del naso. Brrrrr, devo farmi una doccia subito.
Il problema è che non voglio fare la doccia nello stanzone.
Sai che palle, appena mi spoglio e mi vedono questo fisico del cazzo da nuotatrice precoce divento l’attrazione della serata.
Sono stufa di battute da piscina sulle mie tette minuscole, le mie spalle larghe e il mio metro e ottantaquattro.
Certo essermi rasata i capelli a zero non aiuta, ma è luglio e io sono di Belluno. Cazzo centra? Centra, centra.
Comunque voglio fare una doccia. Io lo so che ce n’è una piccola da qualche parte in questo casermone. Ne ho girate tante di scuole con la squadra di nuoto, c’è sempre un bagnetto nascosto da qualche parte per i bidelli o i professori.
Mi avventuro. Mi lascio alle spalle i cori baschi e i raggaloops che vengono dai computer della sala stampa e batto a tappeto tutta la scuola.
Lo trovo al terzo piano, è una piccola porta vicino all’armadietto dei detersivi, nello stanzino dove si cambiano le donne delle pulizie, in fondo a uno stretto corridoio con armadietti di metallo, ma se non arrivi in fondo non vedi la porta.
E’ un bagno quadrato, pulitissimo, odora di disinfettante. Uno specchio, un lavandino, un pacco di carta igienica, due box di legno con porta di legno. In uno c’è il water, nell’altro la doccia. Niente asciugamani. Pazienza.
Mi tolgo la T-shirt lunga fino alle ginocchia, poi le mutande.
Sono nuda. Mi guardo allo specchio, mi piaccio. Mi piacciono le mie tettine piccole e le mie spalle larghe, mi piace la mia figa bionda e le gambe lunghe e muscolose. Se fossi un uomo mi troverei bellissima. Loro invece restano sempre un po’ basiti quando mi spoglio, poi la buttano sulla presa in giro.
Le donne no, in genere apprezzano. La fotografa inglese di ieri mi ha baciato meglio di qualsiasi maschietto abbia mai incontrato nei miei diciotto anni.
Apro l’acqua, getto pieno e potente, come piace a me. C’è una bottigliona di bagnoschiuma da supermercato, alla vaniglia.
Il casino che viene dai piani bassi si dissolve in pochi secondi, mixato al getto d’acqua calda che batte sulle piastrelle, rumore di un enorme ventilatore a pale azionato da un motore Harley-Davidson. Oh cazzo, ma questo è un cazzo di elicottero. Esco grondante dalla doccia e mi incollo alla finestra.
Sotto c’ è un sacco di polizia che entra nella scuola. Caschi, scudi e manganelli. Il rumore dell’elicottero è fortissimo, deve essere sopra al tetto.
Poi urla, urla dai piani di sotto. Casino. Casino. Presto, devo scappare.
No, devo pensare.
Afferro la mia maglietta e schizzo fuori dal bagnetto ma appena sono nella stanzetta delle pulizie sento i passi pesanti nel corridoio, lontani. Socchiudo la porta e lo vedo. È uno solo, viene avanti piano, apprendo con il manganello le porte degli armadietti senza lucchetto. Sudato, nervoso, avrà una trentina d’anni. Ho un flash, un’idea.
Ritorno dentro, faccio una palla della mia maglietta e la butto tra i detersivi. Rientro nel bagno lasciando socchiusa la porta.
Mi siedo nuda e fradicia sulla tazza. Tremo. Calma, che posso farcela.
Lo sento entrare nello stanzino. Inizio ad ansimare e sospirare. Lui entra nel bagno guidato dai miei gemiti. Spalanca la porticina di legno con un calcio. Sbarra gli occhi, gli si appanna la visiera.
Quello che vede è una ragazzona nuda e bagnata, che si masturba a occhi chiusi seduta sul cesso, gambe spalancate, figa biondissima e mano sinistra che si strizza le tette. Piccole.
Resta interdetto per qualche secondo, il tempo che io apra gli occhi e finga sorpresa, terrore. Mi copro gli occhi con la sinistra e tengo la destra in mezzo alle gambe.
Vedo il suo sguardo impietrito sulla mia figa. La figa bionda è rara. Lui è sudato da far paura, sento il suo odore attraverso la stoffa sintetica, acre e umido.
Realizza che non ho armi, una ragazzona sporcacciona beccata con la mano tra le cosce, impaurita. Niente pericolo. Una bella storia da raccontare in caserma.
Si toglie il casco. Non è neanche brutto, un po’ tamarro, un trentenne tutto juventus e Golf turbo. Lo guardo, fingo sollievo, poi gli dico: “Chiavami, ti prego”. Mi mette il manganello sotto la gola, ha gli occhi da matto.
Ora mi ammazza.
La mia mano si stacca dalla figa e sale a sfiorare il manganello. Scivolo in ginocchio, chiudo gli occhi e butto la testa indietro.
Sospiro: “Adesso, ti prego, ti prego”, sono il key-frame della femmina indifesa e sottomessa. Inizia a spogliarsi freneticamente, si cala i pantaloni sugli scarponi, si leva il casco, si sbottona il giubbotto. Ha mutande nere, tipo slip, gonfie di cazzo. Glielo prendo in mano e inizio, lui si toglie i guanti e getta via il giubbotto. Lo succhio un po’ sulla punta, sa di selvatico, oggi è il giorno delle puzze.
Alzo gli occhi, ha la maglia avvolta attorno alla testa, cerca nervosamente di sfilarla, ansima qualcosa tipo: “Ora ti spacco, puttana”.
Gli do una spinta neanche tanto forte, ha le gambe impacciate dai pantaloni e le braccia avviluppate nella maglia. Cade all’indietro quasi senza piegarsi. Batte la testa sul bordo del lavandino e fa il bis sul pavimento bagnato con due colpi che rimbombano come cannonate.
E’ immobile. Gli prendo la bomboletta di gas irritante e la tengo pronta. Poi lo spoglio tutto.
Dopo cinque minuti mi alzo in piedi e mi guardo allo specchio di nuovo. Mi piaccio, il mio corpaccione riempie bene la divisa, gli scarponi sono un numero più grandi ma li ho allacciati stretti e ho messo carta igienica in punta. Mi son messa il fazzoletto blu in faccia e il casco. Un bel maschione guerriero. Mi scoperei proprio.
Guardo il poliziotto a terra. Ha un bernoccolo, ma respira regolare. L’uccello è piccolissimo, ora. Prendo le mie mutande dall’armadietto dei detersivi e gliele infilo. Lo sollevo e lo metto seduto sul water, appoggiato al muro. Rido pensando a quando lo troveranno i colleghi, seduto sul cesso con un paio di tanga rosa a disegni di fragoline bianche e la mano sul cazzo.
Basta, è ora di andare. Infilo il corridoio, cerco un passo pesante e furioso, imbocco le scale che scendono verso i piani di sotto, verso i rumori infernali.
Entro in una stanza vuota. Stanza, poi. E’ una dannata aula, e mi ricordo che la abbiamo pulita ieri. Lasciare tutto in ordine, nemmeno una briciolina sul pavimento devono trovare i bravi bambini che torneranno qui in settembre. Ci hanno fatto una testa così: dimostriamoci un movimento pacifico, civile, rispettoso della cosa pubblica. Per rispetto della cosa pubblica mi son messa i guanti di gomma e ho lustrato i cessi una volta al giorno insieme a un gruppo di tedeschi igienisti che non usano i detersivi perchè inquinano e ci danno solo con le mani, l’acqua e gli spazzoloni, e ieri ci è toccato lo straordinario qui, dove qualcuno aveva fatto un festino con formaggio, arance e biscotti.
Sia come sia, l’aula è vuota. Oh cazzo voglio qualcuno che mi veda bella così come sono con la mia divisa. Tutta la vita che sogno una divisa. Da piccola imploravo un vestito da soldato, un vestito da marinaio, anche solo un capello da cow boy e mi sarei leccata le dita o le avrei leccate al generoso offerente. Tutto quello che ho ottenuto dopo una supplica di anni è stata una tuta blu da benzinaio, con camicia giallo limone abbinata. Mia madre non voleva che me la mettessi per uscire. Io me la mettevo. Botte. Me la mettevo di nuovo. Di nuovo botte. Divisa/botte è per la sottoscritta un binomio indissolubile.
Adoro il rumore che fanno gli anfibi sulle mattonelle di questo pavimento. Passo le dita su e giù lungo il mio manganello, mi sento nervosa.
Stanza successiva, niente. Nessuno che si butta ai miei piedi chiedendo pietà, che gli risparmi la vita. E poi dal fondo del corridoio sento arrivare un frastuono promettente. Spalanco la porta dell’aula professori e vedo il bastardo. Vestito di nero, incappucciato, e sta spaccando tutto. Fermo lì, urlo, polizia. Sarà poi della polizia o sarà un carabiniere dei corpi speciali? Una testa di cuoio? Un marine? POLIZIA! Grido di nuovo se non avesse capito, il coglione, che qui sono arrivati l’ordine e la giustizia e che niente resterà impunito, eccetera.
Testa di cazzo, dice lui, sono io. Io chi? Non ho intenzione di guardare in faccia nessuno. Mi avesse riconosciuta per quella che sono, una antiglobal porcella vestita da guardia?
Dammi una mano invece di stare lì a guardare, dice ricominciando a fracassare l’armadio dei registri con una spranga. Faccio un passo avanti - dio che anfibi, é come se ci fossi nata dentro, nemmeno gli stivali mi fanno sentire così bene - e urlo smettila o ti ammazzo. Ah ma allora sei proprio un cazzone, risponde quello, furibondo, e chiede: non vedi che sto lavorando? Mentre si accuccia per tirare fuori una bomboletta di vernice spray e imbrattare i muri gli tiro un calcio in uno stinco, tanto per provare. La punta dell’anfibio non fa un piega anche se non si può dire che questa sia la mia misura. Lui invece si gira come una vipera, le mani sullo stinco, la bocca contratta, e strepita che cazzo fai, sei fuori di testa, ci sarai stato anche tu al brief no? Ti faccio rapporto e via così.
Non lo ascolto quasi. Da sotto sento urla, rumore di vetri infranti, implorazioni di aiuto. Passo rapidamente una mano sulla pistola e penso che potrei ammazzare questo imbecille e poi scendere e seccarli tutti uno dopo l’altro, i bastardi.
Poliziotto impazzito spara sui suoi colleghi. Non sarebbe la prima volta. Poliziotto abbraccia la causa dei manifestanti e apre il fuoco contro i suoi commilitoni. Caso classico, è successo anche durante la rivoluzione d’ottobre senza contare Braveheart. Si mi piace. Si, lo faccio. Lo farei, se il coglionazzo qui non si fosse tirato in piedi e sempre bestemmiando contro di me non avesse cominciato a scrivere anarchy sul muro bianco appena rifatto. Questo non lo sopporto.
Impugno il manganello e gli sono dietro. Più alta di lui, noto. Non che ci voglia molto. Gli piazzo la punta del manganello contro la vertebra centrale e non fa in tempo a dire ehi che gli ho passato il braccio sotto la gola, presa alla Tura Satana in Faster Pussycat, film che non ho mai visto essendo troppo giovane ma ce l’ho scritto nel codice genetico.
Stringo. Benedico gli anni di nuoto che mi hanno fornito di bicipite adeguato. Mentre con soddisfazione mai provata sento che la testa di cazzo comincia a boccheggiare e a afflosciarsi, lancio un’occhiata dalla finestra e vedo un tipo
tutto rasato e molto abbronzato che dalla scuola di fronte sta riprendendo tutta la scena. Ah, finalmente qualcuno che apprezza il mio valore, ora gli faccio un bello spettacolino, roba da riguardare a casa con calma, oh si. Stringo più forte e premo da matti con il manganello sull’osso sacro dello stronzo fottuto bastardo che si finge manifestante anarchico e invece è poliziotto travestito anche malamente perchè nessuno di noi certo metterebbe dei jeans così ben stirati e rigidi, hanno perfino la piega, questi glieli ha lavati la mamma prima che venisse qui a rompere tutto e ... occhiata alle finestra.
Il tipo filma. Film, filma, che mi piace.
Lascio andare la vittima appena un pochino, giusto perchè non muoia e continui a dibattersi. Mi piace che si dibatta. Gli infilo il manganello fra le gambe e glielo strofino forte sotto il cavallo dei pantaloni. Capito la minaccia, bambino?
Ha capito ed è terrorizzato. “Non pisciarti sotto”, gli dico.
“Questo si piscia sotto” grido al regista, tanto perchè sappia che sto collaborando di gusto.
Giro il bastardo e gli strappo il passamontagna. Lo acchiappo per la coda di cavallo - ma ce li avessi io porca puttana questi capelli, e invece non mi stanno in nessun modo - e lo scrollo un po’. Gli passo il manganello sulla bocca chiusa.
Apri la bocca, dico. Lecca, dico. Lecca. Bravo. Gli piazzo l’attrezzo sul cucuzzolo e spingo. Abbassa la faccia sui miei anfibi - certo il tipo su del gabinetto li teneva male, fossero miei, anzi adesso che sono miei, li terrò sempre lucidissimi. Lucida, gli dico. Ora rido un sacco. Mentre sta ancora lucidando, gli mollo una manganellata in testa e me ne scappo giù per le scale. Trovo urla, grida, sangue e teste rotte, tutto quello che poi si vedrà in televisione ma io lo vedo per prima e davvero fa male e paura. Cerco la fotografa inglese dita di fata lingua al fulmicotone, che non me la lascio portar via da nessuno, che me la tengo per tutta la vita, che me la porto a casa, che anzi vado io a casa sua perchè Londra mi hanno detto che è bella.
La trovo in un angolo, con gli occhi sbarrati, che aspetta il suo turno, aspetta che la macellino come gli altri. Quando mi avvicino lancia un urlo e si copre la faccia con le mani. Guardo il mio manganello pieno di sangue, guardo lei. Mi accuccio e sbottono sveltissima la giacca sul davanti, le mostro le tette. “Mi riconosci?” chiedo. “Piccole ma toste. Sono io, ti porto via”.
La porto via come una bambola, quando arriviamo sul retro mi tolgo le insegne militari, bacio il manganello e sto per abbandonarlo ma lei rinviene un attimo e sussurra no, quello portiamocelo via, decisamente la amo, non osavo proporlo.
Siamo a letto nude, soddisfatte e mai soddisfatte da ormai due giorni. Lei ha soldi e ce ne siamo venute in un albergo in Riviera per dimenticare. Accendiamo la tv ogni tanto così abbiamo l’impressione di non esser proprio tagliate fuori.
Mentre guardiamo la tv le tengo due dita nella figa per poter ricominciare in qualunque momento. Ricomincio. “Want to see the news” dice lei. Tutto quello che vuoi baby, ti faccio vedere le news. Dicono quelli delle news che Genova è stato un casino, la polizia è sputtanata, le violenze sono state smascherate da un video amatoriale girato la notte dell’assalto alla scuola Diaz. Cazzo le dico proprio dove eravamo noi. Vedi da che cosa ti ho salvato? Immagini sullo schermo, voce agitata dello speaker. Si vede un poliziotto grosso e cattivo che quasi strangola un manifestante, lo fa inginocchiare e lo costringe darsi da fare con il manganello. “God” grida lei. Lo speaker dice che il poliziotto è irreperibile, che tutta la polizia è sotto accusa. “God” grida adesso di nuovo lei, ma questa volta tutta contenta. God un cazzo di niente, cretina, dico fierissima.
Non vedi che quella in divisa sono io. La guardia era lui, ma era vestito come uno di noi. Stava in sala professori a far danni e poi dare la colpa al movimento. L’avevo pulita io il giorno prima quella stanza, e lui era lì dentro a far scritte con la bomboletta. L’ho conciato a dovere.
Vorrei raccontarle l’impresa eroica in tutti i dettagli tanto per far lavorare la lingua in un modo diverso, ma intanto le fighe insaziabili non stanno mai a sentire. Questa ha tirato su la testa ma si tiene immobile dalla vita in giù per non compromettere il mio capolavoro underground. Guarda me, guarda il manganello.
Guarda il manganello, guarda me.
Serissima, è serissima.
Oh.
Tiro via le dita, le asciugo sul suo pelo, recupero il manganello.
Dico: corro, mio vero amore, corro a lavarlo.
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